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stagioni

Terapia forestale nel Tombolo di Cecina

a passi lenti tra pineta e spiaggia

Saremo nella Pineta del Tombolo di Cecina, riserva biogenetica e luogo magico, un vero regalo che attende il pellegrino alla fine del cammino Francigena-Mare da Certaldo e Gambassi fino appunto alla Pineta. Particolarmente accogliente nelle stagioni meno frequentate è sempre lì a proteggerci dai raggi del sole troppo caldi e dal vento quando gonfia il Tirreno, che sale a lambire i primi avamposti degli alberi. Noi la percorreremo nei tratti meno frequentati toccando anche la spiaggia in diversi punti. In Pineta, tra Bibbona e Cecina Mare non ci sono punti ristoro nè punti per rifornirsi d’acqua.

INFORMAZIONI

18 febbraio 2024 dalle 9.30 alle 17.30

Riconnessione e consapevolezza corporea (approfondimenti)

Ritrovo alle 9.30 in via della Pineta a Cecina, nei pressi dell’eliporto prima del ponte sul fosso nuovo.
Punto mappa: https://maps.app.goo.gl/fhmNB64sfUuabMXTA

La pausa pranzo sarà alle ore 13, chi non desidera fermarsi nel pomeriggio, potrà interrompere l’esperienza in questo momento.
Rientro al parcheggio alle ore 17.30 circa

INFORMAZIONI TECNICHE
L’escursione di livello E secondo la classificazione CAI, non presenta particolari difficoltà tecniche per persone allenate a questo tipo di attività.
• Punto di ritrovo: via della Pineta a Cecina (LI) > la sosta non è a pagamento
• Punto mappa: https://maps.app.goo.gl/fhmNB64sfUuabMXTA
• Difficolta’: E (Escursionistico) – Itinerario su sentieri ben tracciati, mulattiera, sterrata e brevi tratti di asfalto, adatto a persone mediamente allenate in buona forma fisica.
• Dislivello complessivo in salita: non c’è dislivello
• Totale percorrenza:mattina km.3 totale km.8
• Tempi totali di percorrenza: mattina 1hr totale 2.30hr circa di cammino oltre le soste
• Orario di ritrovo: ore 9:30
• Termine attività ore 17.00
• Prenotazione obbligatoria entro le ore 12 del giorno precedente compilando questo modulo https://forms.gle/SN3japGMEnXzVgTf6
L’escursione si svolgerà con un minimo di 6 partecipanti e un massimo di 15
Quota di partecipazione: 18€ (per chi partecipa solo la mattina 12€)
La quota comprende: organizzazione e coordinamento, tutte le conduzioni e la Terapia Forestale, servizio Guida ambientale escursionistica ed assicurazione RCT (non comprende l’assicurazione infortuni per gli accompagnati)
ABBIGLIAMENTO e ATTREZZATURA:
Sono obbligatori gli scarponcini da trekking (meglio se alti alla caviglia) o scarpe da trail running, (cammineremo tra fango, sentieri e sabbia) un capo anti vento e anti pioggia, abbigliamento comodo e a strati, cappello, snack/frutta, riserva d’acqua almeno 1,5 lt. e pranzo al sacco, un telo per sedersi o stendersi durante le pause meditative. TUTTO DEVE ESSERE CONTENUTO NELLO ZAINETTO DA GIORNATA.
Bastoncini da trekking facoltativi.
La guida si riserva di cancellare o variare il programma della giornata a seconda delle condizioni meteo o per garantire il benessere di tutti i partecipanti a suo insindacabile giudizio. In caso di annullamento le cifre versate per l’iscrizione verranno interamente restituite.
CONDUZIONE DELLA GIORNATA
La conduzione della giornata sarà da parte di Patrizia Garberi, PhD Psicologa Psicoterapeuta, OPT 7693 insegnante di meditazione e istruttrice senior di protocolli basati sulla Mindfulness, artista arteterapeuta, esperta di Terapia Forestale e Guida Ambientale Escursionistica, AIGAE TO1137 professione svolta ai sensi della legge 4/2013

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    Lentamente estate

    Alle nostre latitudini, dove le variazioni stagionali di luce e temperatura scandiscono le nostre vite,  ci sono due momenti principali nell’anno in cui sentiamo il desiderio di fermarci…il cuore dell’inverno e il picco dell’estate…ed è qui che siamo arrivati, con previsioni meteo infernali che ci vedono al centro di anticicloni torridi come da copione.

    In questi giorni quindi, benché la quantità di  luce sia massima, è soprattutto il caldo a rallentarci, ma non sempre le nostre attività sono in sintonia con il ritmo delle stagioni. Per molti lavoratori l’estate è il momento di massima attività, ma anche per chi lavora in ufficio sarà necessario aspettare il fatidico agosto per concedersi qualche giornata di pausa…Da quando mi sono trasferita da Milano al mare, anch’io ho imparato a riconoscere i segnali della “stagione” fin dalle vacanze di Pasqua, quando vetture straniere sfrecciano con malcelato desiderio e un po’ troppo velocemente sulle provinciali, guidate da conducenti adrenalinici che sentono il richiamo di un po’ di natura. Ma sono il Corpus Domini, festa mobile particolarmente celebrata in Germania da cui calano i primi camper e ovviamente la chiusura delle scuole in giugno, a dare il via ai flussi di turismo sempre più importanti, ai gelati, ai motorini che affollano  il Romito, alle turiste in pareo in coda al supermercato, alle bancarelle che spuntano un po’ ovunque e alle sagre di ogni genere e forma…insieme all’iperico e ai gigli di San Giovanni così di solito sboccia l’estate!

    In questo periodo la natura intera rallenta, pur nel culmine della sua produttività e così anche noi potremmo concederci qualche momento di pausa e riflessione…il lavoro è compiuto, i cuccioli sono nati e i petali caduti per lasciare spazio ai frutti che è il momento di raccogliere ben maturi. Ora è necessario considerare come proseguire per consolidare e conservare i risultati ottenuti fin qui, assaporando e gustando i ricchi sapori della stagione.

    Se non riusciamo a riconoscere e ad accettare in noi il desiderio di riposo e il bisogno di rallentare, può capitare di essere insidiati dal senso di colpa indotto dal desiderio di mantenere ritmi di cui non siamo e non ci sentiamo all’altezza. Forse il bisogno di fare di più ha radici lontane, che affondano in un senso di inadeguatezza nel quale siamo ormai abituati a riconoscerci…potrebbe essere davvero interessante approfondire da dove arriva questa tensione, il dover spingere sempre sull’acceleratore della vita e delle nostre giornate a qualunque costo…Intanto però possiamo pensare di includere la pausa e la lentezza come una ragionevole necessità, per potere fare il punto e riorientare i nostri passi alla luce delle mete già raggiunte. La compassione per sé e l’accettazione delle proprie debolezze sono dimensioni da coltivare in un percorso vero e proprio che potrebbe iniziare proprio adesso, come un momento di riflessione che può condurci in luoghi mai visti, percorrendo sentieri sconosciuti nella direzione di una vita più autentica e più nostra, ricca di significato, assaporata e gustata col piacere intenso della lentezza.

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      Inverno e solitudine

      Non so se avete mai fatto caso, ma è l’inverno quello che regala i colori più belli: nitidi, intensi, saturi bellissimi nell’assenza della bruma primaverile, o della foschia data da uno spossato calore estivo.

      E’ il freddo ciò che rende la luce rara e preziosa di questi giorni, così nitida e tagliente, capace di regalarci dettagli e sfumature quasi al di là del reale, la bellezza di quel che sta oltre desideri e aspettative…

      In questo mi sembra che la luce del giorno invernale assomigli alla solitudine, che come il freddo però ci fa tanta paura. Proprio in questi giorni di festa, in cui si celebra il principio dell’accrescimento della luce, sentiamo maggiormente la mancanza e la perdita e ci confrontiamo col vuoto. Di ciò che manca, di ciò che non è mai stato, di quello che abbiamo perso o mai trovato, del fallimento delle nostre aspettative, del crollo delle speranze, dell’evidente inesistenza di un’amicizia, o di un amore…mentre crediamo, col cuore sofferente attanagliato da invidia e tristezza che in altre famiglie e in altre vite non accada (non è vero, succede a tutti…)

      Ma che possiamo fare allora della solitudine, se ci troviamo forzati e controvoglia in questo stato?

      Potremmo cercare di non starci e di non provarla e così può essere che tentiamo di riempire il vuoto di una perdita affettiva ripetendo esperienze mediocri o insignificanti, pur di ricostruirci una pallida imitazione dell’autostima e della fiducia perdute, spesso però ripercorrendo in automatico un pattern relazionale ricorsivo nella nostra vita e determinato da qualche analoga esperienza disfunzionale avuta in precedenza o addirittura da bambini…A questo punto però, reiterando l’approccio alla negazione della solitudine e al tentativo del suo evitamento, può innescarsi un altro meccanismo.

      Infatti, come accade per tutti i comportamenti utilizzati impropriamente per gestire uno stato di sofferenza, pare che anche l’eccitazione dei nuovi incontri possa determinare l’abitudine a quel merviglioso stato dopaminergico che si determina soltanto durante le prime fasi di una relazione, costituendo così una specie di droga che ci porta a non approfondire mai un rapporto oltre la chimica, per mantenere lo stato dopaminergico passando da una persona all’altra in tempi brevi (massimo, ma proprio al massimo, 2 anni) e rinunciando alla bellezza di un rapporto intimo e profondo…così come può accadere in modo simile con la ricerca di esperienze pericolose, il consumo di alcol o altre sostanze o lo shopping compulsivo o il cibo, che utilizziamo per dimenticare ma che diventano in seguito un problema di dipendenza a sé stante…

      La solitudine, se ci permettiamo di sperimentarla, è quello stato spazioso, silenzioso e aperto in cui non siamo costretti a confrontarci con le necessità dell’altro da me, e che invece se riusciamo a starci dentro ci può regalare chiarezza riguardo le nostre fragilità e vulnerabilità, le nostre propensioni e i nostri bisogni, come di fronte ai dettagli di un paesaggio luminoso e colorato, e ad accettarli con apertura, gentilezza e accoglienza, priva di quella critica giudicante che spesso ci porta a non rilevarli.

      Certo, bisogna riconoscere che dopo una perdita o una rottura dolorosa, nulla sarà mai più come prima, ma potrebbe essere diverso, anzi più adatto al nuovo me e quindi anche meglio…perché permettendomi con pazienza di incontrare e farmi guidare con curiosità e fiducia da questa mia parte sana e accogliente, farò esperienza, finalmente! di qualcosa che in me è in grado di prendersi cura dei miei bisogni emotivi profondi e sacrosanti, senza bisogno dei soliti comportamenti anestetici che creano dipendenza…e quindi poi, rivolgendomi nuovamente all’esterno, incontrerò qualcuno o qualcosa di più simile a me, adatto ad una nuova vita più piena e ricca…alla fine dell’inverno troveremo la primavera, con il suo vivo germogliare e una moltitudine di tiepidi profumi!

      Approfondimenti dal web

      La certezza del sole

      Ci sono momenti in cui l’oscurità ci fa perdere momentaneamente di vista la luce e il senso di positività e splendore. In questi momenti il pensiero del sole può aiutarci. Possiamo visualizzare che i suoi raggi caldi e luminosi illuminano e riscaldano il nostro corpo e anche i nostri pensieri, ricordando che nonostante le apparenze il sole sta splendendo, proprio in questo istante. Forse non siamo in grado di vederlo in questo preciso momento, ma se le nuvole bloccano la nostra vista, stanno solo oscurando temporaneamente la luce del sole, ed è solo questione di tempo prima che splenda di nuovo su di noi.

      Quando ricordiamo che il sole splende ancora, ci colleghiamo alla consapevolezza che le cose sono sempre in movimento nell’universo, e anche se la vita sembra ferma, a volte tutto ciò che dobbiamo fare è avere fiducia e aspettare il momento in cui tutto scivolerà perfettamente al suo posto. In questo modo con pazienza possiamo continuare a seguire la nostra strada anche se non riusciamo ancora a vedere i risultati. Se non reagiamo impulsivamente alle contrarietà ma seguiamo il flusso naturale dell’alternanza tra notte e giorno, saremo pronti quando si mostrerà un’opportunità e tutti gli altri elementi saranno perfettamente al loro posto.

      Il sole simbolicamente ci ricorda che anche in noi esiste una luce di verità splendente che non si estingue mai. La nostra luce risplende dentro di noi in ogni momento, qualunque cosa accada intorno a noi. Certo, il sole ci dà quotidianamente una prova luminosa della sua esistenza, mentre a volte la nostra fede nella nostra stessa luce interiore è più difficile da mantenere. Tuttavia, se siamo onesti e benevoli con noi stessi, possiamo trovare momenti in cui si è mostrata anche in passato e possiamo quindi essere fiduciosi che si mostrerà nuovamente… Come la stella del sole, anche la nostra luce interna è parte di quell’energia che ci collega ai movimenti dell’universo e ai cicli della vita ed è quindi presente in ogni istante, che ne percepiamo il bagliore o meno in questo momento…

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      Autunno, l’estate si scioglie nella pioggia e la vita si tinge di caldi colori…

      Panorama dalla terrazza di Gualdo (LU)

      Se qualcuno ha mai provato ad usare gli acquerelli sa quello che intendo…il colore, vivo e squillante nel godet, ancora intatto sulla punta del pennello, quando tocca la carta bagnata (una tecnica che prediligo) si stempera, si addolcisce, si sfuma, si mescola…e assume forma e intensità inaspettata. Quasi una risposta, a volte del tutto autonoma, all’intenzione del tocco, che va accolta, scoperta e poi, forse, interpretata…

      E’ la stessa sensazione di questi giorni, quest’anno poi l’estate ha ceduto di colpo il suo potere all’autunno ed i colori del paesaggio sono ancora piuttosto intensi mentre la pioggia provvede a sciogliere tutto quello che può…la vecchia polvere della sete estiva, i frutti ormai un po’ guasti, le foglie che impercettibilmente cambiano tonalità di verde, abbandonano gradualmente la porzione di blu per rivolgersi ai toni caldi, quasi un anelito verso il calore estivo che ci sta lentamente abbandonando…per poi imbottire pian piano il terreno dove anneriscono sotto il frequente pianto del cielo.

      Così, mentre il vento più fresco e l’umidità ci sorprendono, ci pare di rimpiangere il caldo e secco in cui boccheggiavamo poche settimane fa, la pienezza della stagione estiva che dobbiamo, ahimè o per fortuna? abbandonare…qualche nebbia precoce sale, qualche nuvola invece scende a toccare i campi arati e le zolle aperte e il paesaggio si trasforma in un ricordo appannato, del sapore dei sogni…

      Così a volte succede che anche noi ci ritroviamo a dover lasciare qualcosa, il cuore come una zolla spaccata e aperta verso il pallido sole e la nebbia…a volte le lacrime ci aiutano a sciogliere il dolore insieme al cortisolo che si portano via, e a stemperare rabbia e tristezza. A volte invece restiamo bloccati e congelati, nella paura che l’esperienza di perdita potrà ripetersi, ancora una volta…e tremiamo nell’imboccare l’ingresso nel territorio dell’indesiderato.

      Ma come ha potuto Persefone all’equinozio d’autunno abbandonare la madre Demetra, ricca di gioia e di frutti, e scendere nel profondo? con quale animo e quale forza? per la verità la sua non è stata una scelta, ma il mito ci racconta che fu rapita da Ade, un dio peraltro saggio e buono benché governatore dell’aldilà, di quel mondo buio della resa dei conti dove a volte non vogliamo entrare. Così noi ci avventuriamo nella scoperta di noi stessi soltanto quando veniamo brutalmente strappati alla nostra estate, alla nostra zona di comfort, quel luogo dove tutto sembra bello, colorato, turgido di vita e di promesse e soprattutto sembra vero, e stabilmente vero per sempre…ma la transitorietà della natura e delle sue stagioni non è che un riflesso della nostra mente, anch’essa transitoria essendo flusso di coscienza, ed è questa l’unica reale verità.

      Quando la nostra consapevolezza appare quindi come essere un flusso, che gocciola e scava dentro il nostro inferno, si aprono paesaggi meravigliosi e vertigini sorprendenti e noi possiamo scoprire qualcosa di nuovo su noi stessi, nuovo ma ugualmente vero mentre ci sentiamo accolti nell’atmosfera sospesa della grotta come in un caldo e quieto grembo materno che ci offre sicurezza. Sappiamo che Persefone, sposa di Ade, al solstizio concepirà il nuovo sole dell’anno che dopo la gestazione invernale salirà alto in cielo, mentre la nuova stagione uscirà all’aperto, primavera grondante di vita, fiori, profumi e promesse di una nuova realtà. Quindi possiamo immaginare che il periodo della discesa agli inferi sia letteralmente il periodo più fertile e fecondo dell’anno, se siamo disposti a lasciare andare naturalmente tutto ciò che può essere dilavato e sciolto dalle piogge…aspettative, speranze, progetti…tutto ciò che ha fatto il suo tempo, incluso il nostro stesso corpo se è arrivato il suo tempo…Lasciare che i colori si stemperino in una nuova immagine, una visione, una prospettiva che ci accompagnerà nei prossimi mesi per dare gusto e sapore ai frutti del prossimo anno.

      La tentazione nella stagione della perdita, perché di questo ci parla l’autunno, è di aggrapparsi e far finta di nulla, sforzandosi di mantenere i ritmi dell’estate e il fisico (e in modo a volte imbarazzante anche l’immaturità) della gioventù…mentre anche la perdita, la transizione, il cambiamento, potrebbero portare con sé un valore che possiamo riconoscere, quello di nutrire il nuovo nella trasformazione di ciò che è stato.

      Che fare allora, mentre accogliamo più o meno volenterosi il decomporsi di ciò che avevamo progettato, sperato e nutrito? Possiamo certamente rallentare il ritmo, circondarci di tenerezza, concederci qualche momento di pausa in cui assaporare il calore dell’abbraccio di Ade…qualunque sia il significato che esso ha per noi…fermarci e stare nel presente, circondati dal buio e immersi nella nebbia, dove soltanto la visione e l’immaginazione possono avvenire e diventare creativi.

      E lì, nel presente, essere come un immobile e misterioso buco nero che in un’altra dimensione crea l’universo futuro con le sue luminose galassie di possibilità.

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