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Natura

Autunno, l’estate si scioglie nella pioggia e la vita si tinge di caldi colori…

Panorama dalla terrazza di Gualdo (LU)

Se qualcuno ha mai provato ad usare gli acquerelli sa quello che intendo…il colore, vivo e squillante nel godet, ancora intatto sulla punta del pennello, quando tocca la carta bagnata (una tecnica che prediligo) si stempera, si addolcisce, si sfuma, si mescola…e assume forma e intensità inaspettata. Quasi una risposta, a volte del tutto autonoma, all’intenzione del tocco, che va accolta, scoperta e poi, forse, interpretata…

E’ la stessa sensazione di questi giorni, quest’anno poi l’estate ha ceduto di colpo il suo potere all’autunno ed i colori del paesaggio sono ancora piuttosto intensi mentre la pioggia provvede a sciogliere tutto quello che può…la vecchia polvere della sete estiva, i frutti ormai un po’ guasti, le foglie che impercettibilmente cambiano tonalità di verde, abbandonano gradualmente la porzione di blu per rivolgersi ai toni caldi, quasi un anelito verso il calore estivo che ci sta lentamente abbandonando…per poi imbottire pian piano il terreno dove anneriscono sotto il frequente pianto del cielo.

Così, mentre il vento più fresco e l’umidità ci sorprendono, ci pare di rimpiangere il caldo e secco in cui boccheggiavamo poche settimane fa, la pienezza della stagione estiva che dobbiamo, ahimè o per fortuna? abbandonare…qualche nebbia precoce sale, qualche nuvola invece scende a toccare i campi arati e le zolle aperte e il paesaggio si trasforma in un ricordo appannato, del sapore dei sogni…

Così a volte succede che anche noi ci ritroviamo a dover lasciare qualcosa, il cuore come una zolla spaccata e aperta verso il pallido sole e la nebbia…a volte le lacrime ci aiutano a sciogliere il dolore insieme al cortisolo che si portano via, e a stemperare rabbia e tristezza. A volte invece restiamo bloccati e congelati, nella paura che l’esperienza di perdita potrà ripetersi, ancora una volta…e tremiamo nell’imboccare l’ingresso nel territorio dell’indesiderato.

Ma come ha potuto Persefone all’equinozio d’autunno abbandonare la madre Demetra, ricca di gioia e di frutti, e scendere nel profondo? con quale animo e quale forza? per la verità la sua non è stata una scelta, ma il mito ci racconta che fu rapita da Ade, un dio peraltro saggio e buono benché governatore dell’aldilà, di quel mondo buio della resa dei conti dove a volte non vogliamo entrare. Così noi ci avventuriamo nella scoperta di noi stessi soltanto quando veniamo brutalmente strappati alla nostra estate, alla nostra zona di comfort, quel luogo dove tutto sembra bello, colorato, turgido di vita e di promesse e soprattutto sembra vero, e stabilmente vero per sempre…ma la transitorietà della natura e delle sue stagioni non è che un riflesso della nostra mente, anch’essa transitoria essendo flusso di coscienza, ed è questa l’unica reale verità.

Quando la nostra consapevolezza appare quindi come essere un flusso, che gocciola e scava dentro il nostro inferno, si aprono paesaggi meravigliosi e vertigini sorprendenti e noi possiamo scoprire qualcosa di nuovo su noi stessi, nuovo ma ugualmente vero mentre ci sentiamo accolti nell’atmosfera sospesa della grotta come in un caldo e quieto grembo materno che ci offre sicurezza. Sappiamo che Persefone, sposa di Ade, al solstizio concepirà il nuovo sole dell’anno che dopo la gestazione invernale salirà alto in cielo, mentre la nuova stagione uscirà all’aperto, primavera grondante di vita, fiori, profumi e promesse di una nuova realtà. Quindi possiamo immaginare che il periodo della discesa agli inferi sia letteralmente il periodo più fertile e fecondo dell’anno, se siamo disposti a lasciare andare naturalmente tutto ciò che può essere dilavato e sciolto dalle piogge…aspettative, speranze, progetti…tutto ciò che ha fatto il suo tempo, incluso il nostro stesso corpo se è arrivato il suo tempo…Lasciare che i colori si stemperino in una nuova immagine, una visione, una prospettiva che ci accompagnerà nei prossimi mesi per dare gusto e sapore ai frutti del prossimo anno.

La tentazione nella stagione della perdita, perché di questo ci parla l’autunno, è di aggrapparsi e far finta di nulla, sforzandosi di mantenere i ritmi dell’estate e il fisico (e in modo a volte imbarazzante anche l’immaturità) della gioventù…mentre anche la perdita, la transizione, il cambiamento, potrebbero portare con sé un valore che possiamo riconoscere, quello di nutrire il nuovo nella trasformazione di ciò che è stato.

Che fare allora, mentre accogliamo più o meno volenterosi il decomporsi di ciò che avevamo progettato, sperato e nutrito? Possiamo certamente rallentare il ritmo, circondarci di tenerezza, concederci qualche momento di pausa in cui assaporare il calore dell’abbraccio di Ade…qualunque sia il significato che esso ha per noi…fermarci e stare nel presente, circondati dal buio e immersi nella nebbia, dove soltanto la visione e l’immaginazione possono avvenire e diventare creativi.

E lì, nel presente, essere come un immobile e misterioso buco nero che in un’altra dimensione crea l’universo futuro con le sue luminose galassie di possibilità.

Come Soli solitari

Alone solare fotografato a Rosignano Marittimo il 16 aprile 2020

Il meraviglioso alone solare di 22°, visibile nel cielo di mezza Italia lo scorso 16 aprile, mi ha portato ad approfondire il mito di Issione che non conoscevo, un uomo legato e rinchiuso nel cerchio di fuoco per essersi congiunto alla nuvola Nephele e per questo punito da Zeus con l’aiuto di Mercurio (la cui elongazione media intorno al sole per l’appunto corrisponde ai 22°…) e che viene meglio compreso collegandolo a questo fenomeno astronomico. (P.Colona, 2016)
Oltre al significato tradizionale di preannunciare il peggioramento del tempo, data la realtà meteorologica che provoca questo fenomeno e che infatti dopo 3 giorni si è puntualmente verificato, mi è sembrata una bella immagine di noi umani in questo tempo sospeso, Soli solitari, rinchiusi dalla nostra ragione (Mercurio) nel cerchio sempre più doloroso della nostra distanza sociale obbligatoria.

La colpa che Issione deve espiare come sempre nel mito è una trasgressione, la rottura di un patto o di una regola, il tradimento della fiducia…E infatti Issione, umano proprio come noi, ha trasgredito un sacco di regole, familiari e sociali. Per continuare l’analogia con la nostra specie nel 21° secolo, prima fra tutte il tradimento della legge naturale che ci vede come parte di questa e non superiore ad essa…e non a caso Issione ne discute proprio con la nuvola che Zeus gli ha inviato per sondare le sue reali intenzioni, formandola ad immagine di Hera o Era, che nella mitologia greca è una delle divinità più importanti, patrona del matrimonio e del parto, protettrice del bestiame, sorella e moglie di Zeus e che Issione, tra le altre malefatte, aveva insidiato.


“LA NUBE Molte cose son mutate sui monti. Lo sa il Pelio, lo sa l’Ossa e l’Olimpo. Lo sanno monti piú selvaggi ancora.
ISSIONE E che cosa è mutato, Nefele, sui monti?
LA NUBE Né il sole né l’acqua, Issione. La sorte dell’uomo, è mutata. Ci sono dei mostri. Un limite è posto a voi uomini. L’acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son piú cosa vostra, non potete piú stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai tengono il mondo. C’è una legge, Issione.
ISSIONE Quale legge?
LA NUBE Già lo sai. La tua sorte, il limite…”

“Dialoghi con Leucò (Einaudi tascabili. Scrittori Vol. 600)” di Cesare Pavese 

Come ammonisce Annalisa Corrado dalle pagine de La Stampa, ” In definitiva, questa incredibile situazione emergenziale che ci troviamo a fronteggiare, questa spaventosa pandemia, avrebbe elementi di evidente parallelismo con la crisi climatica, con la distruzione e il saccheggio della biodiversità, con le condizioni insalubri in cui molti di noi sono costretti a vivere e lavorare. Sarebbe, cioè, anch’essa riconducibile al modello economico dominante: estrattivo, fossile, aggressivo e dedito al saccheggio sistematico delle risorse dell’ecosistema.” (per approfondimenti vedi l’articolo originale)

Ed eccoci quindi incatenati dalla ragione ad un cerchio di fuoco, un vero tormento dato che al momento il distanziamento sociale ci priva di ciò che primariamente ci rende umani, esseri sociali e cooperativi, e costituisce però l’unica arma che riusciamo ad opporre, al momento, alla pandemia. Bisognerebbe avere il coraggio di immaginare nuove prospettive, nuovi stili di vita, uscire da schemi mentali ripetitivi e ormai disfunzionali, stretti come l’orbita di Mercurio che ci lega al nostro personale Sole egocentrico e un po’ narcisista, e che ci portano a desiderare di tornare indietro, a quando potevamo credere di essere onnipotenti padroni della natura e di non avere limiti, e che le pandemie accadessero solo nei film…Provare a generare quella mente del principiante in grado di vedere la realtà così com’è, un universo infinito di stelle e di soli interdipendenti, ed adattarsi ad essa in modo concreto e flessibile, partendo dalla consapevolezza profonda della propria debolezza e vulnerabilità.

E così, forse, finalmente arriverà la pioggia, per innaffiare i nuovi semi e spegnere il fuoco del nostro orgoglio.

Gioia nell’arcobaleno

7 marzo 2020 – Il bello degli arcobaleni è che sono difficili da fotografare…

Quello che più manca in questo periodo di costrizione sono l’esperienza di connessione e l’interezza che si possono provare in natura, soprattutto quando un insieme di coincidenze portano a sperimentare tutti gli elementi simultaneamente…aria e acqua mescolate negli spruzzi e nelle nuvole, la terra tra le radici degli alberi che si fa pietra scivolosa e inevitabile, il sole, fuoco impetuoso e supremo incontra con gioia tutti gli altri elementi formando un arcobaleno nello spazio per l’occasione precipitato dal cielo, che accoglie la pioggia dorata ferma nell’attimo che rinuncia al tempo. Questa è proprio la stessa natura umana! che mantiene la sua incontaminata naturalezza anche se il corpo è intrappolato tra muri e finestre chiuse, corpo che possiamo incontrare con fiducia e in cui possiamo ripararci quando cerchiamo un respiro di sollievo, facendo spazio tra i pensieri all’attimo presente, di nuovo rinunciando al tempo. Così scopriamo come ogni cosa ed ogni esperienza sia interconnessa e che lo stesso spazio del cielo è quello che mi circonda proprio ora entrando col respiro, come non ci sia più reale differenza tra il me il noi gli altri l’ambiente e l’universo e qualunque evento sia necessario in una prospettiva naturale. E dal riconoscimento avviene l’accettazione della realtà così com’è, allora nella completezza possiamo volare senza fatica.

E io ho il vento nel cuore,

e con la tempesta corro nei cieli carichi di pioggia;

salgo e scendo, sfreccio rapido fra le fole che s’intrecciano

in mille gorghi e spirali.

E io ho il sole nel cuore,

e con raggi sinuosi mi lascio scivolare fino a terra;

m’immergo nella calda luce e sprofondo nel culmine del volto sorridente

dove la dolce carezza m’acquieta.

E io ho la pioggia nel cuore,

e con gli scrosci divento acqua ridente;

cado quand’essa cade e in rivoli m’addentro nei meandri oscuri,

fra le pieghe di Madre Terra.

E io ho la terra nel cuore,

profumata pelle di chicchi di roccia;

sono pietra dura e sabbia fine, zolla fertile ed erba tenera

e con risa di frane corro lungo le montagne.

E io sono aria nel cuore,

e sono fuoco nel cuore;

sono acqua

e sono terra nel cuore.

Riccardo Taraglio, con lo pseudonimo di Tail na Bride – Eryr Nemeton (“Fronte di Bride – Aquila del Nemeton”)

L’autunno muore nell’inverno, l’inverno muore nella primavera

Formazione nella grotta del Corchia
Una formazione nella Grotta del Corchia a Levigliani (LU)

Mai come nel momento dell’equinozio d’autunno, quando notiamo il rapido accorciarsi delle giornate, possiamo percepire il veloce cambiamento dei fenomeni naturali, la transitorietà delle esperienze che viene spiegata proprio dalla parola stessa equinozio, l’equilibrio perfetto si, ma di una notte soltanto. Così come al solstizio il sole sembra arrestarsi in cielo per qualche giorno, nell’equinozio invece cambia rapidamente di declinazione e nel caso dell’autunno, questa esperienza ci invita a lasciare andare velocemente le ore di luce e il calore vitale dell’estate con la stessa rapidità con cui Ade porta via l’amata Persefone, o Kore, a Demetra.

Allo stesso modo a volte la vita ci sorprende, con bruschi cambiamenti inaspettati che siamo costretti ad accogliere ed accettare nonostante non avessimo davvero previsto quella svolta, quel cambiamento, quella diagnosi, quella perdita…

Quando sperimentiamo qualcosa che ci fa provare shock e tristezza, potremmo sentire l’impulso di ritirarci dalla vita e di restare da soli a leccarci le ferite. Diventiamo consapevoli della nostra vulnerabilità e può sembrare che essere ritirati ci protegga dal mondo, mentre in questi periodi sarebbe importante farsi raggiungere dalle persone fidate e preziose che si interessano di più a noi. Anche con i nostri migliori pensieri e ragionamenti, non possiamo certo sapere se l’esperienza o la prospettiva di qualcun altro può darci quello sguardo diverso che ci occorre in questo momento. L’universo ci parla attraverso molti canali e quando ci apriamo per ricevere i suoi messaggi, potremmo ricevere anche le cure nutrienti di un partner amorevole nel corso della nostra vita.

Il dolore fa parte dell’esperienza umana e condividere la nostra vulnerabilità è ciò che crea legami veramente stretti nelle nostre relazioni. Aprirci in questo modo arriva al nocciolo del nostro essere, oltre tutte le nostre difese e pregiudizi che ne costituiscono la scorza. Quando la vita sembra spezzare il guscio esterno del nostro mondo, siamo allo stesso tempo vulnerabili e più veri, autentici. È allora che scopriamo chi è veramente disposto a camminare con noi attraverso la vita, e potrebbero anche non essere coloro che ci aspettavamo di vedere. Il periodo del lutto e della perdita ci offre l’opportunità di sentirci parte di una realtà interdipendente di cui siamo una piccola particella, collocando nella giusta prospettiva il nostro sentire. E di poter quindi confidare nell’universo, negli altri, oltre che nella nostra forza e resistenza, e nella saggezza della vita stessa al di là dell’orgoglio che ci impedisce di mostrarci, prima di tutto a noi stessi, nella nostra debolezza che pure è un aspetto importante di noi.

Potremmo anche tentare di motivare il nostro desiderio di cavarcela da soli per non sentirci in colpa o egoisti, come se stessimo pesando su qualcuno che ha già i propri fardelli da portare. Anche se, a pensarci bene, siamo certi che faremmo lo stesso per loro e che le loro proteste ci sembrerebbero inutili…

La condivisione del dolore ci consente di alleggerire il nostro carico, lasciando che qualcun altro ci aiuti a portarlo. Questo ci aiuta a elaborare i nostri pensieri e sentimenti interiori attraverso il filtro di una persona fidata e amata, elaborazione che ci permetterà di estrarre un tesoro di saggezza dal nostro trauma e di trovare insospettabili vie d’uscita proprio per mezzo della nostra debole natura, dove la crepa diventa una porta aperta sul nuovo. Anche in questo caso il mito ci aiuta, ricordandoci che la violenza del rapimento da parte di Ade della giovane Kore riluttante, è il preludio alla celebrazione delle nozze sacre, in cui i due sposi condivideranno il dominio degli inferi, che possiamo leggere come il superamento della sofferenza e del male…il potente Ade infatti conosce bene la sofferenza e anche la morte, è sopravvissuto al padre Crono che lo ha dapprima ingoiato e poi rigurgitato, e nel corso di questa esperienza probabilmente molto traumatica, il mito suggerisce che Ade ha maturato saggezza e serietà, oltre che l’Elmo dell’invisibilità, ma non durezza o crudeltà. Egli era infatti signore della morte, del sonno e dei sogni, saggio consigliere degli dei, giudice silenzioso che pur restando nell’ombra era giusto ed equo. Ha trasferito le persone da una vita all’altra, rimuovendo la distrazione del mondo esterno per godere della felicità interna della loro nuova esistenza…E del resto è proprio uscendo da questa permanenza annuale negli inferi che Kore, allontanandosi dallo sposo fecondata, sarà in grado di testimoniare con la sua gioia i doni che la madre terra Demetra offre agli umani.

Accettando quindi di condividere con umiltà e semplicità speranze e paure, incertezza e instabilità, gioie e dolori di questa fase delicata con un’altra persona, accettiamo il dono di saggezza e cura amorevole che la natura ci offre e diamo a coloro che ci amano l’opportunità di esserne un mezzo.


Pinax con Persefone e Ade su trono, V secolo a.C., da Locri Epizefiri, Italia (Reggio Calabria, Museo nazionale della Magna Grecia).

Natura e consapevolezza

Il Serchio di Gramolazzo

Il nostro universo è un continuo fluire di esperienze in interazione con l’ambiente, interno ed esterno. Questo flusso è percepito in soggettiva attraverso i sensi e gli stati fisiologici ed emotivi, il tutto mediato dai pensieri. I nostri pensieri creano concetti e descrivono le nostre percezioni sensoriali ed i nostri stati interni, a loro volta basati sulla continua trasformazione della nostra incessante e reciproca influenza con l’ambiente.

Quando diamo importanza ai pensieri più che alle percezioni e ai sensi, questi occupano in modo assillante la nostra mente e non ci permettono di essere a contatto con la realtà, inclusi i nostri bisogni e il nostro sentire più profondo. Con il pensiero creiamo il mondo che conosciamo e nel quale i pensieri e i concetti diventano concreti e tangibili, strade, case, automobili, guerre e denaro merci ed oggetti, gioia e disperazione, aspettative e mancanza di senso…il mondo nel quale viviamo ed in cui è sempre più impossibile vivere e adattarsi mano a mano che l’esperienza concettuale prevale, e diviene l’unica esperienza possibile, mentre perdiamo il contatto con le sensazioni e le percezioni. Questa è il tipo di esperienza che descrive e etichetta tutta la realtà, senza lasciare spazio a quello che si trova tra un nome e l’altro…

Ma il flusso di esperienze naturali nel frattempo continua ad esistere, dentro e fuori di noi, benché immersi in esso non riusciamo a viverlo pienamente e ci arrampichiamo sui concetti che stiamo creando, sempre più lontani dal reale… questo è il significato profondo dell’albero della conoscenza del bene e del male, il fico di cui abbiamo assaggiato il dolce frutto per cui siamo stati cacciati all’esterno dell’esperienza del paradiso naturale in cui non esistono i concetti e l’illusione di un’io separato.

Lo sviluppo di presenza mentale ci permette proprio di ritornare alla nostra mente naturale, consapevoli e presenti nel flusso dell’esperienza. Nel percorso i concetti possono aiutare, per distinguere ciò che è salutare da ciò che non lo è, ma alla fine vanno abbandonati e la nostra percezione diventa diretta e spontanea, non mediata da concettualizzazioni. In questo la natura, nei suoi molteplici aspetti di acqua, terra, aria, fuoco e spazio può accoglierci e guidarci se glielo permettiamo, così come lo stato del completo risveglio da questa illusione, l’ottenimento della bodhi, è avvenuto per la prima volta proprio meditando ai piedi del fico sacro, lo stesso albero del peccato originale…

Il Fico sacro

Avvicinarsi alla natura in uno stato meditativo di presenza mentale, nel silenzio e con apertura, ci permette quindi non solo di ricaricarci energeticamente, con enormi benefici per il corpo e la mente ormai documentati, ma soprattutto in questa immersione di rientrare in connessione con l’universo, piante, animali, terreno e territorio inclusi coloro che lo hanno abitato prima di noi, per partecipare del suo equilibrio spontaneo e semplice e della sua sapienza al di là del tempo.

Vedi i prossimi appuntamenti di pratica di presenza mentale nella natura con Apuantrek.
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