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Articoli

Biofilia, l’affinità

Ogni tanto mi è capitato di trovarmi da sola in praterie d’alta quota, circondata da spazio e da montagne fiori e brughiera…oppure nel mezzo di una foresta, solo alberi intorno a me a perdita d’occhio…l’emozione non è paura, ma piuttosto un grande stupore, una sospensione senza tempo accompagnata da un senso di connessione e di intimità, quale solitamente non si prova al di fuori della propria casa…ecco, credo che Wilson intenda anche questo quando utilizza il termine Biofilia, quel senso di affinità e completezza che possiamo provare soltanto quando torniamo alla nostra matrice originaria, l’ambiente naturale nel quale l’uomo ha completato la sua evoluzione e dal quale attualmente siamo sempre più disconnessi, proprio a causa dell’ambiente artificiale nel quale ci costringiamo a vivere.

Nel nostro universo artificiale, anche i pensieri prendono forme strane, acquistano identità proprie ed emerge una soggettività innaturale, basata su cicli artificiali e, per questo motivo, disfunzionali. E quindi soffriamo.

Quando facciamo un bagno di bosco oppure una sessione di foresta terapeutica, quando camminiamo lentamente al ritmo degli alberi, stiamo riacquistando la nostra natura spontanea e primitiva e in quanto tale di guarigione.

La nostra soggettività si apre a tutte le forme viventi ( e non viventi) che ci circondano, e finalmente la mente non tace, ma finalmente tace il pensiero discorsivo…si sintonizza e quindi si acquieta…

Naturalmente questo può avvenire quando siamo soli, oppure quando stiamo in un gruppo ma con particolari modalità che stimolano l’apertura e la connessione, in modo da mantenere un comportamento…biofilico!

Prossima Escursione a passi lenti 2 luglio 2022

un bosco di Faggi, sul sentiero 649C

La certezza del sole

Ci sono momenti in cui l’oscurità ci fa perdere momentaneamente di vista la luce e il senso di positività e splendore. In questi momenti il pensiero del sole può aiutarci. Possiamo visualizzare che i suoi raggi caldi e luminosi illuminano e riscaldano il nostro corpo e anche i nostri pensieri, ricordando che nonostante le apparenze il sole sta splendendo, proprio in questo istante. Forse non siamo in grado di vederlo in questo preciso momento, ma se le nuvole bloccano la nostra vista, stanno solo oscurando temporaneamente la luce del sole, ed è solo questione di tempo prima che splenda di nuovo su di noi.

Quando ricordiamo che il sole splende ancora, ci colleghiamo alla consapevolezza che le cose sono sempre in movimento nell’universo, e anche se la vita sembra ferma, a volte tutto ciò che dobbiamo fare è avere fiducia e aspettare il momento in cui tutto scivolerà perfettamente al suo posto. In questo modo con pazienza possiamo continuare a seguire la nostra strada anche se non riusciamo ancora a vedere i risultati. Se non reagiamo impulsivamente alle contrarietà ma seguiamo il flusso naturale dell’alternanza tra notte e giorno, saremo pronti quando si mostrerà un’opportunità e tutti gli altri elementi saranno perfettamente al loro posto.

Il sole simbolicamente ci ricorda che anche in noi esiste una luce di verità splendente che non si estingue mai. La nostra luce risplende dentro di noi in ogni momento, qualunque cosa accada intorno a noi. Certo, il sole ci dà quotidianamente una prova luminosa della sua esistenza, mentre a volte la nostra fede nella nostra stessa luce interiore è più difficile da mantenere. Tuttavia, se siamo onesti e benevoli con noi stessi, possiamo trovare momenti in cui si è mostrata anche in passato e possiamo quindi essere fiduciosi che si mostrerà nuovamente… Come la stella del sole, anche la nostra luce interna è parte di quell’energia che ci collega ai movimenti dell’universo e ai cicli della vita ed è quindi presente in ogni istante, che ne percepiamo il bagliore o meno in questo momento…

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Consapevolezza incontaminata

A volte sento il bisogno di camminare nella natura, girellando come si fa per andare a trovare a sorpresa degli amici…ora non si usa più, e le nostre visite sono sempre precedute da un messaggio whatsapp e dal suo relativo segno di spunta. Ma quando ero ragazza si usava fare così, ovviamente perché non c’era altro modo, si provava a citofonare per vedere se l’amica o l’amico poteva “scendere”…

Così a volte, quando ho una giornata libera in un giorno di buon meteo, mi sorprendo a decidere a chi posso far visita, a quale montagna, a quale albero o a quale scorcio…fortunatamente loro ci sono sempre, e non si sentono “invasi” da una visita a sorpresa, ma anzi sembra che mi stiano aspettando, che siano lì per me…e a parte qualche nuvola un po’ dispettosa quando si presenta nel momento esatto di un’alba o di un tramonto, gli alpeggi i boschi e le montagne sono sempre molto accoglienti.

Da una vetta posso accarezzare con lo sguardo sia gli stami delicati di un fiore ai miei piedi, che la catena di monti lontani all’orizzonte, includendoli in un’unica visione che mi fa sperimentare la connessione.

Lo spazio disteso e aperto davanti agli occhi mi restituisce un’identità microscopica, eppure la solitudine di fronte alla profondità del cielo o ad una parete ripida e incurante della mia esistenza appartiene a questa esperienza di connessione, in cui divento una parte dell’universo e non più il suo centro. Meno insostituibile quindi, più libera e leggera, il mio sguardo aperto che non cerca ma trova e basta, come la piccola foglia ingiallita di un faggio che tra le altre sorelle è colpita da un debole sole invernale senza un perché. E si stacca.

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Il senso del vuoto

Nel periodo particolare che stiamo vivendo, ci appare chiaro come siamo costretti a confrontarci con il disagio e con l’assenza…anche se fortunatamente abbiamo qualche risorsa da mettere in gioco contro la pandemia. Le generazioni nate dopo la fine della seconda guerra mondiale si stanno confrontando per la prima volta con la scomodità e la ristrettezza, con la mancanza di libertà e con la necessità di posporre, rivalutare o addirittura cancellare i propri obiettivi. In aggiunta, oltre a cure e vaccini che speriamo siano tutti efficaci, trattandosi di un’infezione altamente contagiosa se vogliamo preservare i più deboli e vulnerabili dobbiamo usare il distanziamento, che ci priva però di un antidoto alla paura molto potente e specifico della nostra specie così sociale, ovvero della rassicurazione data dalla vicinanza, anche fisica e corporea.

Le pandemie in realtà avrebbero una valenza evolutivamente molto vantaggiosa, attaccando nelle specie contagiate gli individui più deboli, senza danneggiare gli individui portatori delle varianti individuali più adatte alla sopravvivenza, che verranno trasmesse alle generazioni future. Ma da molti anni, secoli e millenni, la nostra specie è in grado di adattarsi all’ambiente, anzi a tutti gli ambienti, senza necessariamente sacrificare i più deboli, anziani, malati cronici e disabili e piuttosto utilizzando le proprie peculiari capacità di comunicazione, pianificazione e inibizione per sopravvivere in ogni circostanza, condizione e habitat. E questo ci riporta alle cosiddette regole da seguire in questi mesi, vissute come imposizioni e ristrettezze da molti di noi, mentre in realtà rappresentano i tentativi di strategie di sopravvivenza per (tutta) la specie, messe a punto con evidenti difficoltà e attraverso prove ed errori.

Restrizioni che ci riportano al tema iniziale del disagio e dell’assenza. Sono almeno 100 anni che, nel nostro comodo mondo “occidentale” la maggior parte di noi ha a disposizione case riscaldate, acqua fredda e calda e la possibilità di fare 3 pasti regolari tutti i giorni, sfruttando l’ingegno delle generazioni precedenti che ci hanno portato a questo punto…quasi nessuno di noi pensa ai secoli di ricerca e applicazione che sono serviti per poter accendere la luce in un millisecondo, schiacciando un interruttore o addirittura utilizzando un comando vocale. Semplicemente tra la nostra volontà e la sua realizzazione passa un attimo, e questo ci ha abituati, come specie prima ancora che come individui, alla rapida e completa soddisfazione del desiderio.

Naturalmente nella savana, dove abbiamo completato la nostra evoluzione circa 30.000 anni fa, per sopravvivere ci occorreva una forte spinta dopaminergica, un possente desidero che ci sostenesse durante i lenti e pericolosi passaggi necessari per procurarci cibo, riparo e partner riproduttivi…e in molti casi in assenza di un circuito di feedback per la sazietà, dato che la sopravvivenza nostra e della prole era un fatto così raro e incerto, che rendeva più adattivo l’eccesso di desiderio che la sua mancanza. Meglio quindi cibarsi di grassi e zuccheri il più possibile o ingravidare il maggior numero di donne possibili, quando erano disponibili…non potevamo certo correre il rischio di un calo del desiderio proprio nel momento favorevole!

Ma che fare invece ai giorni nostri, quando la disponibilità di queste risorse è pressoché inesauribile? Molti di noi quando si lasciano trasportare dall’impulso sono chiaramente proiettati verso l’accumulo della quantità, di beni, cibo e partner sessuali, creando dei flussi di dipendenza in cui mantenere attivo il circuito dopaminergico (senza contare poi alcune sostanze che generano di per sé dipendenza e talvolta in tempi piuttosto brevi, e che si inseriscono pericolosamente in questo gioco)

Con una certa facilità e spinti dal nostro inesauribile desiderio, possiamo quindi riempirci casa e armadi di oggetti inutili, mentre gli scaffali del supermercato traboccano di grassi, zuccheri e cibi salati per i quali nel nostro organismo non esistono meccanismi di sazietà e che possiamo acquistare a tutte le ore facilmente…Persino i partner sessuali sono accessibilissimi attraverso mille app dedicate, dove non serve sforzo o neanche grande tattica di seduzione per trovare l’eccitazione di un appuntamento nel giro di pochi click, coltivando la certezza di essere irresistibili e speciali perché possiamo scegliere sul nostro cellulare, tra i tanti profili, con chi passare il capodanno o fare serata…una certezza effimera, che perciò va rinnovata creando così la dipendenza.

In pratica, per mantenere vivo l’interesse (il desiderio è piacevole!) abbiamo appreso a sostituire la quantità alla qualità, e con questa manteniamo l’illusione del valore personale, cerchiamo di colmare dei vuoti sempre più profondi accumulando soldi e beni, successo e notorietà, ci riempiamo di cibi ed esperienze inutili e siamo capaci di passare anche un’intera vita senza avere mai avuto un rapporto davvero intimo e profondo con chicchessia ma soltanto una collezione di tante amicizie superficiali, arrivando talvolta a generare un disturbo come l’alcolismo, il sesso o lo shopping compulsivo, i disturbi alimentari, il disturbo d’accumulo o il gioco d’azzardo.

In tutte le filosofie e religioni si è sempre richiamato l’individuo ad alcune indicazioni restrittive, nei comportamenti e nella dieta, per provare così a mantenere lo stato di salute fisica e mentale e, al di là dei giudizi morali ormai obsoleti implicati da queste regole, possiamo riconoscerne il valore dell’astensione e dell’assenza, con cui ci stiamo confrontando oggi forzatamente per altri motivi.

In questi vari periodi di lock down, in molti abbiamo scoperto o ritrovato il valore della lentezza, dell’inventare o riscoprire giochi semplici chiusi in casa con i nostri figli, nelle ricette tradizionali, nei sapori poveri ed essenziali e autentici di cibi ritrovati, perché più vicini a noi e quindi più accessibili. Imparando che a volte, per gestire il nostro desiderio, e al di là delle esperienze di vita che possono avere provocato in noi vari comportamenti di continua ed esagerata ricerca, sembra essere necessario imparare a stare col vuoto, con l’assenza, con la mancanza, senza volerla riempire a tutti i costi e con qualunque cosa…provare a spostare l’interesse dall’incessante costruzione di un valore personale sempre più alto, basato sul cumulo di conquiste di vario genere che ci definisce, allo stare nel presente ordinario ma gustato con curiosità e con tutti nostri sensi, concederci esperienze che possono essere anche ricche e profonde, uniche nella loro semplicità, se sappiamo aspettare…meglio soli che male accompagnati, dicevano le nostre nonne! E questo atteggiamento mentale può essere trasposto a tutte le esperienze, non solo in campo sentimentale, e per nostra fortuna può essere appreso.



Mi è capitato di fare ritiri di meditazione anche molto lunghi, dove ho scoperto che nella concentrazione ci si confronta con la propria debolezza, nel silenzio si riscopre la gioia della comunicazione, nel digiuno il piacere e l’energia del cibo. Esistono altri modi per imparare ad essere e a restare a contatto con sé stessi e questi passano quasi sempre nel sapere stare in silenzio, a contatto con il vuoto e con l’attesa, uno di questi è la lenta raccolta e preparazione del cibo…in cui sarà il sapore che risveglierà il gusto mentre la pienezza verrà trovata nella completezza dell’esperienza e non più nel gonfiore dello stomaco e del corpo…

Così come una campana proprio perché vuota e non piena può produrre un suono, anche un piatto lasciato vuoto potrebbe fare la differenza, se ne approfittiamo per stare con quel vuoto senza riempirlo a tutti costi. E quando riusciamo a stare per un po’ presenti al silenzio, al vuoto e alla mancanza si generano inaspettate le nuove prospettive, le nuove esperienze, i nuovi sapori, le nuove relazioni…

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Scorrere nel nuovo tempo

Quando un nuovo anno si srotola davanti a noi, ancora fresco ed inviolato nella nostra mente, ci pare che si possa finalmente dare una svolta alla nostra vita, dare inizio a nuove cose e nuove risposte alle nostre speranze.

In realtà nulla distingue questo giorno dall’ultimo dell’anno vecchio, a parte una data e un numero, a cui può legarsi la nostra intenzione ed il suo riconoscimento nei nostri cuori. In questo la natura ci è d’aiuto, riaprendo in questo periodo le porte di nuovi inizi e di nuove possibilità nel presagio della nuova luce, pur nel momento del massimo freddo e assenza di luce, nella rigidità e letargia dell’assenza di vita, o che così sembra.

Spesso però i sensi di colpa e la vergogna ci impediscono di fare passi in direzioni nuove, pur avendo riconosciuto i nostri errori passati la nostra identità resta però come incagliata e congelata nelle nostre scelte passate, ormai diventate obsolete e fallaci…così ci adattiamo a vivere una insopportabile diversità tra ciò che pensiamo/sentiamo di essere stati e ciò che vorremmo/potremmo essere… dissonanza da cui emergono perciò sensi di colpa e vergogna.

L’origine di questo soffrire è fin troppo semplice, e sta tutto nella nostra identificazione con un sé (o un io) stabile e incrollabile, con una sua identità permanente e pietrificata a cui vorremmo essere coerentemente fedeli, e che benché fittizia e ormai almeno parzialmente inutile, ci impedisce di cambiare, anzi addirittura di potere immaginare il cambiamento e la nostra stessa trasformazione (e qui sta la vera difficoltà…).

Se lasciamo che la nostra congelata rappresentazione interna si sciolga, possiamo permetterci di assomigliare invece ad una cascata, la nostra mente / corpo come un flusso che incessantemente scorre, cambiando a seconda della pioggia e del calore, dei sassi che incontra e delle balze da cui si slancia o si lascia cadere, un flusso sempre diverso pur mantenendo provvisoriamente nome e funzione. Se ce lo permettiamo quindi, possiamo cambiare e trasformarci senza vergogna a causa di quello che ci ha portato fino a questo nuovo anno, ma anzi facendone tesoro per arricchire la nostra memoria mentre lasciamo il passato nel passato…e ci tuffiamo con entusiasmo e gioia verso le nuove direzioni che portiamo nel cuore.

E così, come la cascata, poter approfittare della ricchezza d’acqua per infrangerci a terra tra luminose goccioline, formando incessanti arcobaleni, ma anche della scarsità di pioggia per dissetare piante e animali che incontriamo nel nostro raro e stentato scorrere…scorrere gioiosamente nel tempo.

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    Autunno, l’estate si scioglie nella pioggia e la vita si tinge di caldi colori…

    Panorama dalla terrazza di Gualdo (LU)

    Se qualcuno ha mai provato ad usare gli acquerelli sa quello che intendo…il colore, vivo e squillante nel godet, ancora intatto sulla punta del pennello, quando tocca la carta bagnata (una tecnica che prediligo) si stempera, si addolcisce, si sfuma, si mescola…e assume forma e intensità inaspettata. Quasi una risposta, a volte del tutto autonoma, all’intenzione del tocco, che va accolta, scoperta e poi, forse, interpretata…

    E’ la stessa sensazione di questi giorni, quest’anno poi l’estate ha ceduto di colpo il suo potere all’autunno ed i colori del paesaggio sono ancora piuttosto intensi mentre la pioggia provvede a sciogliere tutto quello che può…la vecchia polvere della sete estiva, i frutti ormai un po’ guasti, le foglie che impercettibilmente cambiano tonalità di verde, abbandonano gradualmente la porzione di blu per rivolgersi ai toni caldi, quasi un anelito verso il calore estivo che ci sta lentamente abbandonando…per poi imbottire pian piano il terreno dove anneriscono sotto il frequente pianto del cielo.

    Così, mentre il vento più fresco e l’umidità ci sorprendono, ci pare di rimpiangere il caldo e secco in cui boccheggiavamo poche settimane fa, la pienezza della stagione estiva che dobbiamo, ahimè o per fortuna? abbandonare…qualche nebbia precoce sale, qualche nuvola invece scende a toccare i campi arati e le zolle aperte e il paesaggio si trasforma in un ricordo appannato, del sapore dei sogni…

    Così a volte succede che anche noi ci ritroviamo a dover lasciare qualcosa, il cuore come una zolla spaccata e aperta verso il pallido sole e la nebbia…a volte le lacrime ci aiutano a sciogliere il dolore insieme al cortisolo che si portano via, e a stemperare rabbia e tristezza. A volte invece restiamo bloccati e congelati, nella paura che l’esperienza di perdita potrà ripetersi, ancora una volta…e tremiamo nell’imboccare l’ingresso nel territorio dell’indesiderato.

    Ma come ha potuto Persefone all’equinozio d’autunno abbandonare la madre Demetra, ricca di gioia e di frutti, e scendere nel profondo? con quale animo e quale forza? per la verità la sua non è stata una scelta, ma il mito ci racconta che fu rapita da Ade, un dio peraltro saggio e buono benché governatore dell’aldilà, di quel mondo buio della resa dei conti dove a volte non vogliamo entrare. Così noi ci avventuriamo nella scoperta di noi stessi soltanto quando veniamo brutalmente strappati alla nostra estate, alla nostra zona di comfort, quel luogo dove tutto sembra bello, colorato, turgido di vita e di promesse e soprattutto sembra vero, e stabilmente vero per sempre…ma la transitorietà della natura e delle sue stagioni non è che un riflesso della nostra mente, anch’essa transitoria essendo flusso di coscienza, ed è questa l’unica reale verità.

    Quando la nostra consapevolezza appare quindi come essere un flusso, che gocciola e scava dentro il nostro inferno, si aprono paesaggi meravigliosi e vertigini sorprendenti e noi possiamo scoprire qualcosa di nuovo su noi stessi, nuovo ma ugualmente vero mentre ci sentiamo accolti nell’atmosfera sospesa della grotta come in un caldo e quieto grembo materno che ci offre sicurezza. Sappiamo che Persefone, sposa di Ade, al solstizio concepirà il nuovo sole dell’anno che dopo la gestazione invernale salirà alto in cielo, mentre la nuova stagione uscirà all’aperto, primavera grondante di vita, fiori, profumi e promesse di una nuova realtà. Quindi possiamo immaginare che il periodo della discesa agli inferi sia letteralmente il periodo più fertile e fecondo dell’anno, se siamo disposti a lasciare andare naturalmente tutto ciò che può essere dilavato e sciolto dalle piogge…aspettative, speranze, progetti…tutto ciò che ha fatto il suo tempo, incluso il nostro stesso corpo se è arrivato il suo tempo…Lasciare che i colori si stemperino in una nuova immagine, una visione, una prospettiva che ci accompagnerà nei prossimi mesi per dare gusto e sapore ai frutti del prossimo anno.

    La tentazione nella stagione della perdita, perché di questo ci parla l’autunno, è di aggrapparsi e far finta di nulla, sforzandosi di mantenere i ritmi dell’estate e il fisico (e in modo a volte imbarazzante anche l’immaturità) della gioventù…mentre anche la perdita, la transizione, il cambiamento, potrebbero portare con sé un valore che possiamo riconoscere, quello di nutrire il nuovo nella trasformazione di ciò che è stato.

    Che fare allora, mentre accogliamo più o meno volenterosi il decomporsi di ciò che avevamo progettato, sperato e nutrito? Possiamo certamente rallentare il ritmo, circondarci di tenerezza, concederci qualche momento di pausa in cui assaporare il calore dell’abbraccio di Ade…qualunque sia il significato che esso ha per noi…fermarci e stare nel presente, circondati dal buio e immersi nella nebbia, dove soltanto la visione e l’immaginazione possono avvenire e diventare creativi.

    E lì, nel presente, essere come un immobile e misterioso buco nero che in un’altra dimensione crea l’universo futuro con le sue luminose galassie di possibilità.

    La saggia forza della resa

    Nel momento della ripartenza dopo l’emergenza di questi ultimi mesi, stiamo tentando di fare un bilancio di quello che è successo, e in questo fare dobbiamo prendere atto dello scenario che si presenta ai nostri occhi, mano a mano che la polvere sollevata dal “crollo” si posa e lascia intravedere le rovine dei nostri progetti e della nostra vita com’era.

    In questo periodo i programmi, più o meno importanti, di molti di noi sono andati a monte. C’è chi ha parlato di tsunami, chi di crollo. Questa esperienza della pandemia ci ha trovato del tutto impreparati, tra tutti gli scenari che ci eravamo prefigurati per questi mesi primaverili, questo proprio no, non l’avevamo previsto. La prima reazione è stata quella di resistere e continuare a tentare di fare nello stesso modo di sempre quello che ci eravamo proposti, per alcuni a costo anche di violare le nuove regole. Così per molti la reazione è stata la stessa che avremmo avuto di fronte ad un impedimento o a un fallimento personale….abbiamo provato a resistere. Ma la resistenza rafforza l’energia a cui tenta di opporsi, dandole di conseguenza più potere ed energia contro cui dover lavorare.

    Qualcuno cercando un senso è tentato di includere questa esperienza della pandemia in una legge ricorrente, rinforzando la sensazione di essere ripetutamente perseguitato da qualche problema personale che si ripresenta ciclicamente…il problema economico, o quello della solitudine, ad esempio… non importa come possiamo cercare di ignorarlo, evitarlo o scappare da esso… ci sembra che possiamo liberarci di qualcosa che non vogliamo semplicemente spingendolo via, non pensandoci o nutrendo la credenza con la spavalderia che possa essere qualche cosa che a noi non toccherà di sicuro. Anche questa è una forma di resistenza, la resistenza alla realtà delle cose.

    Ma ciò a cui si resiste, persiste.

    La resistenza infatti tende a rafforzare le energie a cui tenta di opporsi dando loro valore e potere. Inoltre, la resistenza ci impedisce di imparare di più su ciò a cui resistiamo. Per comprendere appieno qualcosa, dobbiamo aprirci abbastanza da ricevere la sua energia; altrimenti, rimaniamo ignoranti delle sue lezioni. In questo momento l’energia da comprendere, dopo avere convissuto con il tempo sospeso, è sapere convivere con l’incertezza di cui siamo costretti a prendere atto, e con la sconosciuta restrizione di ciò che maggiormente ci caratterizza come specie e cioè della socialità, per lo meno fisica…

    Quindi l’energia del cambiamento e del saper rispettare se stessi pur nella necessaria flessibilità e trasformazione che i nuovi tempi esigono da noi. Tutto ciò che resiste ci irrigidisce e ci fa soffrire, nel processo di adattamento invece possiamo scoprire nuove strade e nuove idee/soluzioni.

    In sostanza, i nostri principali ostacoli sono dentro di noi. Ciò che ci affligge e ci insegue a livello interiore ha un modo di manifestarsi nel nostro ambiente sotto forma di persone, eventi e problemi che sembrano essere al di fuori del nostro controllo. Ma tutte queste espressioni esterne sono riflessi del nostro aggrapparsi a miraggi e a desideri diventati ora non adeguati, ed è invece dentro di noi che possiamo sperimentare nuove ipotesi e nuovi scenari con sicurezza, arrendendoci a ciò che temiamo e non ci piace, lasciando che sia, per imparare a conoscerlo. Può sembrare un proposito spaventoso e potremmo riconoscere molta resistenza in noi, mentre iniziamo il processo di apertura a ciò che temiamo.

    Ma più impariamo ad arrenderci e a guardare con attenzione e curiosità, con consapevolezza, ciò che maggiormente temiamo e cioè il pericolo e la perdita inaspettati, e più i demoni che ci affliggono, gli ostacoli interiori che impariamo così a riconoscere, scompaiono nel processo mentre diventeremo coraggiosi, creativi e flessibili.

    Come Soli solitari

    Alone solare fotografato a Rosignano Marittimo il 16 aprile 2020

    Il meraviglioso alone solare di 22°, visibile nel cielo di mezza Italia lo scorso 16 aprile, mi ha portato ad approfondire il mito di Issione che non conoscevo, un uomo legato e rinchiuso nel cerchio di fuoco per essersi congiunto alla nuvola Nephele e per questo punito da Zeus con l’aiuto di Mercurio (la cui elongazione media intorno al sole per l’appunto corrisponde ai 22°…) e che viene meglio compreso collegandolo a questo fenomeno astronomico. (P.Colona, 2016)
    Oltre al significato tradizionale di preannunciare il peggioramento del tempo, data la realtà meteorologica che provoca questo fenomeno e che infatti dopo 3 giorni si è puntualmente verificato, mi è sembrata una bella immagine di noi umani in questo tempo sospeso, Soli solitari, rinchiusi dalla nostra ragione (Mercurio) nel cerchio sempre più doloroso della nostra distanza sociale obbligatoria.

    La colpa che Issione deve espiare come sempre nel mito è una trasgressione, la rottura di un patto o di una regola, il tradimento della fiducia…E infatti Issione, umano proprio come noi, ha trasgredito un sacco di regole, familiari e sociali. Per continuare l’analogia con la nostra specie nel 21° secolo, prima fra tutte il tradimento della legge naturale che ci vede come parte di questa e non superiore ad essa…e non a caso Issione ne discute proprio con la nuvola che Zeus gli ha inviato per sondare le sue reali intenzioni, formandola ad immagine di Hera o Era, che nella mitologia greca è una delle divinità più importanti, patrona del matrimonio e del parto, protettrice del bestiame, sorella e moglie di Zeus e che Issione, tra le altre malefatte, aveva insidiato.


    “LA NUBE Molte cose son mutate sui monti. Lo sa il Pelio, lo sa l’Ossa e l’Olimpo. Lo sanno monti piú selvaggi ancora.
    ISSIONE E che cosa è mutato, Nefele, sui monti?
    LA NUBE Né il sole né l’acqua, Issione. La sorte dell’uomo, è mutata. Ci sono dei mostri. Un limite è posto a voi uomini. L’acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son piú cosa vostra, non potete piú stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai tengono il mondo. C’è una legge, Issione.
    ISSIONE Quale legge?
    LA NUBE Già lo sai. La tua sorte, il limite…”

    “Dialoghi con Leucò (Einaudi tascabili. Scrittori Vol. 600)” di Cesare Pavese 

    Come ammonisce Annalisa Corrado dalle pagine de La Stampa, ” In definitiva, questa incredibile situazione emergenziale che ci troviamo a fronteggiare, questa spaventosa pandemia, avrebbe elementi di evidente parallelismo con la crisi climatica, con la distruzione e il saccheggio della biodiversità, con le condizioni insalubri in cui molti di noi sono costretti a vivere e lavorare. Sarebbe, cioè, anch’essa riconducibile al modello economico dominante: estrattivo, fossile, aggressivo e dedito al saccheggio sistematico delle risorse dell’ecosistema.” (per approfondimenti vedi l’articolo originale)

    Ed eccoci quindi incatenati dalla ragione ad un cerchio di fuoco, un vero tormento dato che al momento il distanziamento sociale ci priva di ciò che primariamente ci rende umani, esseri sociali e cooperativi, e costituisce però l’unica arma che riusciamo ad opporre, al momento, alla pandemia. Bisognerebbe avere il coraggio di immaginare nuove prospettive, nuovi stili di vita, uscire da schemi mentali ripetitivi e ormai disfunzionali, stretti come l’orbita di Mercurio che ci lega al nostro personale Sole egocentrico e un po’ narcisista, e che ci portano a desiderare di tornare indietro, a quando potevamo credere di essere onnipotenti padroni della natura e di non avere limiti, e che le pandemie accadessero solo nei film…Provare a generare quella mente del principiante in grado di vedere la realtà così com’è, un universo infinito di stelle e di soli interdipendenti, ed adattarsi ad essa in modo concreto e flessibile, partendo dalla consapevolezza profonda della propria debolezza e vulnerabilità.

    E così, forse, finalmente arriverà la pioggia, per innaffiare i nuovi semi e spegnere il fuoco del nostro orgoglio.

    Gioia nell’arcobaleno

    7 marzo 2020 – Il bello degli arcobaleni è che sono difficili da fotografare…

    Quello che più manca in questo periodo di costrizione sono l’esperienza di connessione e l’interezza che si possono provare in natura, soprattutto quando un insieme di coincidenze portano a sperimentare tutti gli elementi simultaneamente…aria e acqua mescolate negli spruzzi e nelle nuvole, la terra tra le radici degli alberi che si fa pietra scivolosa e inevitabile, il sole, fuoco impetuoso e supremo incontra con gioia tutti gli altri elementi formando un arcobaleno nello spazio per l’occasione precipitato dal cielo, che accoglie la pioggia dorata ferma nell’attimo che rinuncia al tempo. Questa è proprio la stessa natura umana! che mantiene la sua incontaminata naturalezza anche se il corpo è intrappolato tra muri e finestre chiuse, corpo che possiamo incontrare con fiducia e in cui possiamo ripararci quando cerchiamo un respiro di sollievo, facendo spazio tra i pensieri all’attimo presente, di nuovo rinunciando al tempo. Così scopriamo come ogni cosa ed ogni esperienza sia interconnessa e che lo stesso spazio del cielo è quello che mi circonda proprio ora entrando col respiro, come non ci sia più reale differenza tra il me il noi gli altri l’ambiente e l’universo e qualunque evento sia necessario in una prospettiva naturale. E dal riconoscimento avviene l’accettazione della realtà così com’è, allora nella completezza possiamo volare senza fatica.

    E io ho il vento nel cuore,

    e con la tempesta corro nei cieli carichi di pioggia;

    salgo e scendo, sfreccio rapido fra le fole che s’intrecciano

    in mille gorghi e spirali.

    E io ho il sole nel cuore,

    e con raggi sinuosi mi lascio scivolare fino a terra;

    m’immergo nella calda luce e sprofondo nel culmine del volto sorridente

    dove la dolce carezza m’acquieta.

    E io ho la pioggia nel cuore,

    e con gli scrosci divento acqua ridente;

    cado quand’essa cade e in rivoli m’addentro nei meandri oscuri,

    fra le pieghe di Madre Terra.

    E io ho la terra nel cuore,

    profumata pelle di chicchi di roccia;

    sono pietra dura e sabbia fine, zolla fertile ed erba tenera

    e con risa di frane corro lungo le montagne.

    E io sono aria nel cuore,

    e sono fuoco nel cuore;

    sono acqua

    e sono terra nel cuore.

    Riccardo Taraglio, con lo pseudonimo di Tail na Bride – Eryr Nemeton (“Fronte di Bride – Aquila del Nemeton”)

    Il virus questo non lo sa

    La Creazione di Adamo-part. di Michelangelo Buonarroti, (1511 circa) parte della decorazione della volta della Cappella Sistina, nei Musei Vaticani a Roma.

    La primavera sta accadendo ovunque e quest’anno parrebbe anche senza di noi. Come fiori solitari, chiusi in casa e senza stringersi la mano, per non dire altro, quando vorremmo essere vicini vicini per farci coraggio. Ma non si può.

    In una solitudine forzata nella stagione degli incontri e delle nuove relazioni, mentre fuori un tempo bellissimo accompagna quel germogliare e sbocciare a cui vorremmo partecipare proprio adesso, lasciandoci riscaldare da questo nuovo sole dell’anno.

    Stiamo provando ad opporre il vantaggio evolutivo della capacità di pianificazione e, soprattutto, inibizione, che sono prerogative uniche della specie umana, alla legge naturale del virus che cerca un punto di equilibrio tra il suo proliferare nelle nostre cellule e la nostra sopravvivenza. Dovrebbero essere i più deboli tra noi a farne le spese, e questo potrebbe essere il vantaggio per la nostra specie, uscire rafforzata da questa battaglia di selezione naturale.

    Ma noi forse, perché ancora non è detto, abbiamo scelto il vantaggio e la forza del pensiero e del libero arbitrio, e la vecchiaia e la debolezza sono ciò che imbeve di saggezza cultura e progresso, memoria e linguaggio che ci permettono di trasferire da una generazione all’altra quel che abbiamo appreso dalla storia, anche la storia delle epidemie, e ciò che davvero ci serve. Non è nostra la legge del più forte, ma quella del più astuto, o saggio…e stiamo richiamando dalla pensione alle posizioni di guida e comando proprio i medici più anziani, esperti di passate epidemie, mentre le equipe mediche delle popolazioni più povere e soggette a rischio epidemico, vengono ad insegnarci come si fa.

    Il libero arbitrio, la possibilità di scegliere, è ciò che ci distingue dalle altre specie e secondo la neuroanatomia funzionale risiede nella corteccia fronto polare. Spesso confondiamo l’impulso e l’istinto con la libertà di comportarci come ci pare, mentre in realtà pare proprio che la capacità di posporre i nostri obiettivi nel tempo derivi dalla funzione inibitoria, che permette la pianificazione e quindi la vera libertà, anche dagli impulsi quando non ci servono… Per fare un esempio…meglio un uovo oggi o una gallina domani? La percezione del rischio è spesso sottovalutata a favore di una ricompensa immediata, e perciò preferiamo l’abbraccio di oggi a rischio di un invisibile contagio, alla solitudine della quarantena che può però fermare il virus e permetterci al più presto, ma non oggi, di ritornare alla vicinanza e all’intimità a cui siamo abituati. D’altra parte proprio l’abbraccio e il contatto fisico costituiscono il mezzo per ottenere quella regolazione emotiva che ci permetterebbe, almeno per un po’, di contrastare la reazione di allarme che ci prende quando ci rendiamo conto di essere, ad esempio, nel bel mezzo di una pandemia.

    La regolazione inibitoria infatti è governata proprio dal sistema parasimpatico, disattivato quando siamo in allarme, e in particolare dalla sua branca ventrovagale, un circuito mielinizzato molto veloce, che mette in relazione gli organi sopra diaframmatici cioè cuore e polmoni, con i muscoli del volto e della faringe. E’ il circuito calmante e frenante prerogativa dei mammiferi superiori e dell’uomo, che hanno bisogno di esprimere e comunicare velocemente le emozioni col volto e con la prosodia del linguaggio e di essere predisposti all’ascolto per mettere in atto i comportamenti di ingaggio sociale, di affiliazione e di cooperazione atti ad allevare i cuccioli, a proteggersi a vicenda e sopravvivere.

    Quando siamo in una situazione di allarme costante come in questi giorni, siamo governati dal sistema simpatico che ci predispone all’azione, ma se non abbiamo la possibilità di attaccare o fuggire entriamo in uno stato di stress, sperimentando paura e rabbia, e conseguenti irritazione e irrequietezza se non possiamo dare sfogo a queste emozioni primarie. Se a questo punto non possiamo neanche contattare i nostri simili per ripristinare lo stato di sicurezza -appreso nella relazione di attaccamento nei primissimi mesi e anni di vita- potrebbe prevalere l’attivazione del sistema parasimapatico nel ramo dorsovagale, che senza arrivare a portarci allo stato estremo di freezing, produce però un rallentamento ideo motorio, prostrazione e stanchezza fisica, ottundimento mentale ed emozioni di tristezza, ed è associato quindi ad uno stato depressivo, per di più favorito dalla solitudine, ancora una volta dalla paura e dalla mancanza di prospettive certe che caratterizzano queste giornate.

    Come possiamo quindi entrare in uno stato parasimpatico ventrovagale, cioè ripristinare le condizioni di sicurezza in assenza del contesto sociale e ambientale al quale siamo abituati? Questo stato bio psichico interno può essere favorito dalle attività che possiamo svolgere soltanto in presenza di questa specifica attivazione: ridere il più possibile, meditare, svolgere attività creative come scrivere, cantare, dipingere, suonare, fare leggera attività fisica (come ballare davanti alla televisione…), contattare i nostri cari con videochat e non solo per telefono, in modo che attraverso il feedback facciale e il contatto sociale possiamo ripristinare la nostra regolazione ventrovagale e la modalità cooperativa, e inibire i comportamenti impulsivi e a volte antisociali.

    Così possiamo davvero decidere di stare in casa e mantenere un metro di distanza perché, noi lo sappiamo, è così che funziona il contagio ed è così che possiamo fermarlo. E il virus questo non lo sa, non sa ridere ballare e cantare e neanche fare le videochiamate…

    Per approfondimenti sulla teoria polivagale di Stephen Porges https://www.stephenporges.com/

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