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Psicologia

Il corpo in natura, la ri-connessione

Terapia forestale, passi lenti, consapevolezza corporea

Siamo immersi in un mondo artificiale, ormai ce ne siamo accorti. Luce artificiale, realtà virtuale, trasporti supersonici, pavimenti lisci, case riscaldate, elettrodomestici intelligenti…persino intelligenza artificiale, dove complessi algoritmi ci risparmiano la fatica di riorganizzare la conoscenza. In questo universo adattato e facilitato, che innegabilmente ci porta dei vantaggi, nel tentativo di alleggerirci abbiamo però perso sempre di più il contatto col corpo, con i suoi delicati sistemi di equilibrio tra la nostra soggettività, l’ambiente e l’espressione fisica della nostra persona…Persona intesa nella sua interezza, dato che l’ipotesi della dualità mente/corpo sembra ormai essere definitivamente superata, e nonostante le nostre abilità di metacognizione tendano invece, costantemente, a sdoppiare la nostra soggettività in questi due fattori, creandoci non pochi problemi.

L’ambiente naturale è un particolare tipo di ambiente, al quale ci accostiamo con difficoltà e sempre con protezioni e cautele. Da millenni ormai siamo portati a considerare la natura come una proprietà da sfruttare e possedere, ed essendo immersi in un mondo sempre più artificiale e frutto del pensiero, difficilmente ricordiamo che il nostro stesso corpo è un elemento naturale che deve necessariamente regolarsi e con-vivere con gli altri viventi.

Nel corso delle ricerche sulla terapia forestale ( si veda ad esempio Donelli et al., Forests 2023 oppure Donelli et al., IJERPH 2023) emerge chiaramente come tutti i sistemi vitali umani risentano beneficamente del contatto con un ambiente il più possibile naturale, ricco di biodiversità e coerente nei suoi diversi aspetti, proprio perché questo è l’ambiente in cui la nostra specie ha completato la sua evoluzione. Di conseguenza anche i nostri stati emotivi, basati sugli umori corporei come definiti già nella biologia e nella patologia di Ippocrate e Galeno e che noi oggi descriviamo più accuratamente come neurotrasmettitori ed ormoni, sono mediatori del rapporto tra i nostri stati mentali e stati corporei. Questi perciò risentono positivamente dell’immersione forestale, in un processo che secondo Ippocrate di Kos è la vis medicatrix naturae, concetto simile all’organicità come intesa da Gregory Bateson nei suoi scritti e che si riferisce all’intelligenza interiore che ci spinge ad evolverci. (Bateson, G. (1977), Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi e Bateson, G. (1984), Mente e natura, un’unità necessaria, Milano, Adelphi.

Attualmente in psicologia ci si rivolge sempre più al corpo oltre che al pensiero e alla cognizione, corpo visto non soltanto come il palcoscenico neutrale sul quale stati mentali variamente disfunzionali mettono in scena il disagio e la sofferenza, provocando malattie e disturbi di origine “psicosomatica” (e ci sarebbe poi da definire quali non lo siano, in una prospettiva epigenetica in cui i contributi all’insorgere di una patologia sono molteplici, incluso appunto tutto ciò che è psico).

Perciò, corpo visto anche e soprattutto come protagonista ( e chi se no?) partecipe della guarigione, testimone di traumi e sofferenze ma anche del rimarginarsi di vecchie ferite, quella base sicura su cui possiamo sempre contare come un referente di ciò che avviene, mentre attraversiamo le nostre esperienze e rispondiamo ad esse continuamente con alterazioni dei nostri stati fisiologici. Gli esercizi di consapevolezza corporea, ad esempio praticando la mindfulness in ambiente naturale, ci permettono di riconoscere la relazione semplice ed immediata con ciò che sta fuori di noi e allo stesso tempo con le nostre risposte corporee, per lo più ignorate, entrando in una relazione di apertura ed accettazione verso noi stessi che ci orienta alla salute (la prospettiva della self compassion è proprio questa)…così come le foglie si orientano e rispondono in modo naturale e spontaneo, perfettamente adeguate e partecipi al richiamo del vento, e al tocco del sole.

Tra passo Belfiore e passo di Cavorsella
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    In coppia

    Quando una coppia cerca un aiuto dalla terapia, di solito è perché ci si è resi conto della preziosità e unicità del rapporto, ma anche di come sia difficile integrarlo con l’identità e gli scopi di ciascuno…difficoltà che può essere percepita dolorosamente da uno o da entrambi.

    Che fare? come e se cambiare il rapporto, come adattarsi o come piuttosto imporsi, come cambiare i comportamenti per accordarli? continuare ad insistere o mettere la parola fine a quell’esperienza preziosa ma che, forse, è giunta al suo termine? e se finisce, è davvero un fallimento o come è possibile integrare anche questa fine nella normalità di una vita che potrebbe proseguire senza più essere in coppia con questa persona?
    La terapia diventa così uno spazio sospeso, un momento di neutralità in cui la coppia può sperimentare nuovi modi di guardare l’altro, nuovi modi di comunicare, nuove prospettive e una diversa narrativa su di sè e sulla relazione che permetta il dipanarsi di nuove strade, mantenendo curiosità e affetto, e rispetto.

    Che permettano di non soffrire e di compiere un salto davvero evolutivo frutto della creatività e della maturazione della coppia. Perchè, naturalmente, la terapia non indica la direzione da prendere, ma semplicemente offre nuovi strumenti per affrontare il viaggio…

    Sarà come non fossimo mai stati, una poesia di Pablo Neruda

    Un giorno moriremo entrambi,
    l’uno lontano dall’altra,
    e nessuno si ricorderà più di noi.
    Nessuno.
    Nessuno si ricorderà
    del nostro tempo insieme,
    così breve, così eternamente breve,
    da sembrare una vita.
    Un giorno, non ci saremo più,
    e chi si ricorderà di noi?
    dei nostri primi giorni,
    di te, di com’eri fragile e bianca,
    e di me, che non parlarne è meglio?
    Nessuno.
    Un giorno, questo è certo,
    non ci saremo più,
    e chi potrà ricordarsi
    del nostro piccolo mondo insieme?
    così caldo, eppure così freddo,
    così leggero, eppure così difficile
    da levarsi di dosso?
    Nessuno.
    Solo io e te, ora, possiamo ricordare,
    dopo di noi, nessuno. E sarà
    come se non fossimo mai stati.
    Pablo Neruda

    Fatica cronica

    Quando la fatica stanca, anche troppo…

    Con questo termine o sindrome da fatica cronica si intende descrivere una sintomatologia complessa causata da una funzione ridotta delle ghiandole surrenali, che a causa di un’attivazione eccessiva perdono la loro funzionalità. In pratica questo stato di affaticamento è quello in cui finiamo quando abbiamo premuto troppo a lungo e con troppa forza il pedale dell’acceleratore

    Vivere costantemente in uno stato adrenalinico senza prendersi il tempo per riprendersi o ricaricarsi è dannoso per la salute e lo stato di affaticamento surrenale che ne deriva può essere da lieve a grave.

    I sintomi più comuni includono sentirsi cronicamente stanchi e malandati, non importa quanto si dorme, incapacità di concentrarsi, una bassa tolleranza al suono e alle luci intense, disturbi del sonno, con la sensazione di stanchezza o nervosismo persistenti durante la notte o al contrario provare il desiderio costante di voler dormire. Altri sintomi possono essere che gli stimolanti come il caffè non funzionano come al solito, ci si ammala più frequentemente a causa di basse difese immunitarie e ci si sente sopraffatti dalle responsabilità quotidiane.

    È importante quindi essere in grado di ripristinare uno stato di equilibrio energetico, non soltanto dal punto di vista fisico ma anche da quello mentale, psichico ed emotivo. Naturalmente la difesa migliore è sempre la prevenzione, cioè proteggersi da ciò che ci spinge cronicamente in uno stato di affaticamento e conseguente reattività e stress. Ad esempio frequentare ambienti o persone stressanti per vari e diversi motivi, mantiene in noi il perdurare di una condizione di allarme, cosa tanto più grave quanto questo avviene precocemente, nel periodo dello sviluppo quando è quasi impossibile liberarsi da queste condizioni usuranti, creando perciò una sorta di baseline naturale nello stato di iperattivazione che si manterrà nell’età adulta e può costituire una vulnerabilità a ritrovarsi facilmente in uno stato di iperattivazione.

    Ma anche dal nostro mondo interno arrivano stimoli continui che ci mantengono in uno stato di allarme costante, ad esempio quando ci costringiamo a voler assecondare o piacere a tutti restiamo in un continuo stato di sopraffazione, dato che l’obiettivo è impossibile da raggiungere…e ancora di più se l’obiettivo è piacere a noi stessi se manteniamo uno sguardo giudicante di disapprovazione, senza mai arrivare all’accettazione dei nostri limiti.

    Quindi, oltre ai comportamenti salutari come il mantenere un’attività fisica leggera ma costante, la frequentazione di ambienti naturali che abbiano la capacità di ripristinare tutti i nostri delicati equilibri fisiologici e l’attenzione ad una dieta nutriente e leggera, eventualmente integrata da piante adattogene, micronutrienti e vitamine, è importante che impariamo a leggere il nostro corpo e la nostra mente per prendere coscienza di questi meccanismi automatici che ci lasciano svuotati e affaticati senza che ci rendiamo conto di come sia potuto accadere.

    Infatti è molto utile, anzi fondamentale saper osservare quali sono i nostri modi di pensare che esauriscono le nostre riserve di energia creando blocchi mentali alla salute. In questo ci possono venire in aiuto la lentezza e l’ascolto, per essere in grado di reinventarci nuovi modi di essere, più in sintonia con ciò che siamo davvero, che nel profondo di noi sentiamo di essere.

    Quindi coltivare accettazione, abilità di mindfulness e com-passione per sé, inclusi i nostri limiti e vulnerabilità, per saper mantenere un clima interiore di tranquillità e agio…molto meno stressante e adrenalinico del solito, che permetta di ricostruire pienamente il nostro stato energetico.

    In questo modo la stanchezza cronica diventerà un insegnamento di vita, per aprirci ad una fase di rinascita e profonda guarigione.

    Lentamente estate

    Alle nostre latitudini, dove le variazioni stagionali di luce e temperatura scandiscono le nostre vite,  ci sono due momenti principali nell’anno in cui sentiamo il desiderio di fermarci…il cuore dell’inverno e il picco dell’estate…ed è qui che siamo arrivati, con previsioni meteo infernali che ci vedono al centro di anticicloni torridi come da copione.

    In questi giorni quindi, benché la quantità di  luce sia massima, è soprattutto il caldo a rallentarci, ma non sempre le nostre attività sono in sintonia con il ritmo delle stagioni. Per molti lavoratori l’estate è il momento di massima attività, ma anche per chi lavora in ufficio sarà necessario aspettare il fatidico agosto per concedersi qualche giornata di pausa…Da quando mi sono trasferita da Milano al mare, anch’io ho imparato a riconoscere i segnali della “stagione” fin dalle vacanze di Pasqua, quando vetture straniere sfrecciano con malcelato desiderio e un po’ troppo velocemente sulle provinciali, guidate da conducenti adrenalinici che sentono il richiamo di un po’ di natura. Ma sono il Corpus Domini, festa mobile particolarmente celebrata in Germania da cui calano i primi camper e ovviamente la chiusura delle scuole in giugno, a dare il via ai flussi di turismo sempre più importanti, ai gelati, ai motorini che affollano  il Romito, alle turiste in pareo in coda al supermercato, alle bancarelle che spuntano un po’ ovunque e alle sagre di ogni genere e forma…insieme all’iperico e ai gigli di San Giovanni così di solito sboccia l’estate!

    In questo periodo la natura intera rallenta, pur nel culmine della sua produttività e così anche noi potremmo concederci qualche momento di pausa e riflessione…il lavoro è compiuto, i cuccioli sono nati e i petali caduti per lasciare spazio ai frutti che è il momento di raccogliere ben maturi. Ora è necessario considerare come proseguire per consolidare e conservare i risultati ottenuti fin qui, assaporando e gustando i ricchi sapori della stagione.

    Se non riusciamo a riconoscere e ad accettare in noi il desiderio di riposo e il bisogno di rallentare, può capitare di essere insidiati dal senso di colpa indotto dal desiderio di mantenere ritmi di cui non siamo e non ci sentiamo all’altezza. Forse il bisogno di fare di più ha radici lontane, che affondano in un senso di inadeguatezza nel quale siamo ormai abituati a riconoscerci…potrebbe essere davvero interessante approfondire da dove arriva questa tensione, il dover spingere sempre sull’acceleratore della vita e delle nostre giornate a qualunque costo…Intanto però possiamo pensare di includere la pausa e la lentezza come una ragionevole necessità, per potere fare il punto e riorientare i nostri passi alla luce delle mete già raggiunte. La compassione per sé e l’accettazione delle proprie debolezze sono dimensioni da coltivare in un percorso vero e proprio che potrebbe iniziare proprio adesso, come un momento di riflessione che può condurci in luoghi mai visti, percorrendo sentieri sconosciuti nella direzione di una vita più autentica e più nostra, ricca di significato, assaporata e gustata col piacere intenso della lentezza.

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      L’estate dei corpi

      Finalmente è arrivata l’estate, che con il suo calore e la sua spensieratezza ci invita a mettere in mostra il corpo, che, come un bel frutto maturo forse un po’ troppo tondo, si colora al sole. Possiamo finalmente liberarlo e scoprirlo, e una maggiore attività fisica e il contatto più intenso con la natura inducono un risveglio, una riattivazione psico fisica che, se prestiamo attenzione, potrebbe richiamare l’attenzione proprio sul corpo.

      E’ questo il momento in cui facciamo i conti col nostro servitore silenzioso, che vorremmo a seconda del caso e del momento, più agile, più tonico o muscoloso, più giovane, più snello… ma che d’estate ci appare per quello che è, nella sua nuda e molliccia realtà che cerchiamo di mascherare con l’abbronzatura…continuiamo quindi ad osservarlo da fuori, paragonandolo e confrontandolo con un’idea che abbiamo in mente e al quale vorremmo piegarlo. Dimenticando che noi siamo il nostro corpo, e che una separatezza tra corpo e mente (l’ideale di Cartesio) è ancora tutta da dimostrare…

      Quindi ciò che vediamo riflesso negli occhiali a specchio del nostro vicino in spiaggia o nell’acqua limpida di un laghetto in altitudine siamo proprio noi, ne più ne meno.

      Questa separatezza, tra l’ideale di corpo che sta nella nostra mente e nei nostri pensieri, e il corpo reale che misuriamo e pesiamo e soppesiamo con lo sguardo è proprio alla base di tanti disturbi e patologie, oltre che di una costante insoddisfazione o leggera perdita di autostima o grave insicurezza.

      Siamo abituati a vivere nel paesaggio mentale virtuale che ci costruiamo, sulla base di molteplici fattori come l’educazione, l’ambiente, la necessità…e quindi facilmente dimentichiamo il corpo, ad esempio quando passiamo le ore davanti ad un monitor che appaga la nostra curiosità ma…nel frattempo che cosa fa il corpo? Come risponde, come reagisce a questi panorami virtuali o ai panorami mentali altrettanto virtuali -ricordi, pensieri, emozioni…si tende, si irrigidisce, si contrae, si avvita e si ingobbisce? Non sappiamo rispondere, perché non lo sappiamo e non ce ne curiamo.

      Siamo soliti dare ai nostri pensieri valore di verità e di autenticità, non li consideriamo come delle simulazioni che produciamo in continuazione per prevenire pericoli e perdite e immaginare gioia e soddisfazioni. Quindi, sempre sovrappensiero, regoliamo i continui e conseguenti stati emotivi che si susseguono al di sotto del nostro livello di consapevolezza a volte col cibo, a volte con l’alcol, a volte con fumo e sostanze utilizzandoli come dei rimedi, un tentativo di autocura per tamponare alterandoli eccessi di reattività fisiologica ai pensieri e agli stati mentali, e che si serve del corpo e certo non lo onora…

      Ed è così che ci scopriamo sovrappeso, sottopeso, flaccidi e incurvati, gonfi e panciuti…

      E’ arrivato il momento di riconnetterci al corpo, il silenzioso testimone con noi dal momento del concepimento, sempre disponibile a darci un feedback se soltanto vogliamo ascoltarlo…A volte quello che ci comunica è talmente sgradevole, come nel caso del dolore anche cronico, o della sensazione di essere invasi e menomati, ad esempio durante un periodo di malattia e ospedalizzazione, o nel caso delle attivazioni derivate da esperienze traumatiche, un contatto dunque così doloroso e pericoloso, che siamo noi stessi a promuovere inconsapevolmente il distacco dalla nostra esperienza corporea, per non sentire e per non ricordare.

      Che fare dunque? Benché sia importante ritrovare il contatto con la sensibilità corporea, attraverso la consapevolezza delle esperienze  sensoriali come ci addestriamo a riattivare nei protocolli basati sulla mindfulness, Mindful Eating, MBSR, MBCT etc è altrettanto se non più importante comprendere qual è stata l’origine del distacco, lieve o profondo che sia, nel corso della nostra vita.

      Infatti, che si sia trattato di esperienze abusanti o traumatizzanti o semplicemente aspettative pressanti di nostra madre o di un allenatore, il mobbing delle compagne di classe, un problema di salute, c’è stato e forse ancora esiste un buon motivo per cui il distacco dal corpo è stato ed è tuttora la nostra salvezza. E’ soltanto in seguito ad una chiara comprensione, che a sua volta dipende da una buona formulazione dello schema dell’attuale disturbo, che potremo riconnetterci al corpo, con tanta accettazione e compassione e affetto per quello che siamo, così come siamo, con le nostre imperfezioni uniche e speciali e con le nostre cicatrici…solo allora ci potrà essere un vero cambiamento, e potremo realmente dire di esserci costruiti un nuovo orizzonte verso cui navigare.

      Inverno e solitudine

      Non so se avete mai fatto caso, ma è l’inverno quello che regala i colori più belli: nitidi, intensi, saturi bellissimi nell’assenza della bruma primaverile, o della foschia data da uno spossato calore estivo.

      E’ il freddo ciò che rende la luce rara e preziosa di questi giorni, così nitida e tagliente, capace di regalarci dettagli e sfumature quasi al di là del reale, la bellezza di quel che sta oltre desideri e aspettative…

      In questo mi sembra che la luce del giorno invernale assomigli alla solitudine, che come il freddo però ci fa tanta paura. Proprio in questi giorni di festa, in cui si celebra il principio dell’accrescimento della luce, sentiamo maggiormente la mancanza e la perdita e ci confrontiamo col vuoto. Di ciò che manca, di ciò che non è mai stato, di quello che abbiamo perso o mai trovato, del fallimento delle nostre aspettative, del crollo delle speranze, dell’evidente inesistenza di un’amicizia, o di un amore…mentre crediamo, col cuore sofferente attanagliato da invidia e tristezza che in altre famiglie e in altre vite non accada (non è vero, succede a tutti…)

      Ma che possiamo fare allora della solitudine, se ci troviamo forzati e controvoglia in questo stato?

      Potremmo cercare di non starci e di non provarla e così può essere che tentiamo di riempire il vuoto di una perdita affettiva ripetendo esperienze mediocri o insignificanti, pur di ricostruirci una pallida imitazione dell’autostima e della fiducia perdute, spesso però ripercorrendo in automatico un pattern relazionale ricorsivo nella nostra vita e determinato da qualche analoga esperienza disfunzionale avuta in precedenza o addirittura da bambini…A questo punto però, reiterando l’approccio alla negazione della solitudine e al tentativo del suo evitamento, può innescarsi un altro meccanismo.

      Infatti, come accade per tutti i comportamenti utilizzati impropriamente per gestire uno stato di sofferenza, pare che anche l’eccitazione dei nuovi incontri possa determinare l’abitudine a quel merviglioso stato dopaminergico che si determina soltanto durante le prime fasi di una relazione, costituendo così una specie di droga che ci porta a non approfondire mai un rapporto oltre la chimica, per mantenere lo stato dopaminergico passando da una persona all’altra in tempi brevi (massimo, ma proprio al massimo, 2 anni) e rinunciando alla bellezza di un rapporto intimo e profondo…così come può accadere in modo simile con la ricerca di esperienze pericolose, il consumo di alcol o altre sostanze o lo shopping compulsivo o il cibo, che utilizziamo per dimenticare ma che diventano in seguito un problema di dipendenza a sé stante…

      La solitudine, se ci permettiamo di sperimentarla, è quello stato spazioso, silenzioso e aperto in cui non siamo costretti a confrontarci con le necessità dell’altro da me, e che invece se riusciamo a starci dentro ci può regalare chiarezza riguardo le nostre fragilità e vulnerabilità, le nostre propensioni e i nostri bisogni, come di fronte ai dettagli di un paesaggio luminoso e colorato, e ad accettarli con apertura, gentilezza e accoglienza, priva di quella critica giudicante che spesso ci porta a non rilevarli.

      Certo, bisogna riconoscere che dopo una perdita o una rottura dolorosa, nulla sarà mai più come prima, ma potrebbe essere diverso, anzi più adatto al nuovo me e quindi anche meglio…perché permettendomi con pazienza di incontrare e farmi guidare con curiosità e fiducia da questa mia parte sana e accogliente, farò esperienza, finalmente! di qualcosa che in me è in grado di prendersi cura dei miei bisogni emotivi profondi e sacrosanti, senza bisogno dei soliti comportamenti anestetici che creano dipendenza…e quindi poi, rivolgendomi nuovamente all’esterno, incontrerò qualcuno o qualcosa di più simile a me, adatto ad una nuova vita più piena e ricca…alla fine dell’inverno troveremo la primavera, con il suo vivo germogliare e una moltitudine di tiepidi profumi!

      Approfondimenti dal web

      Cuor d’Abete profumato

      Escursione a passi lenti- dalle 10.00 alle 13.30/17.30 data da definire

      Iscriviti all’escursione

      PANORAMICA DELLA GIORNATA
      Un facile percorso ci condurrà in una magnifica abetaia dove la nostra immersione forestale nel silenzio sarà profumata di resina e dove potremo accomodarci su un tappeto di aghi di abete …Saranno esercizi di ascolto e di apertura nell’ambiente per coltivare la connessione e l’apertura dentro di noi. La mattinata si concluderà con una condivisione finale che ci permetterà di rallentare in un’atmosfera magica e raccolta.
      L’esperienza potrà concludersi col pranzo nel piccolissimo rifugio La casa del maestro (su prenotazione da parte di chi lo desidera). #rifugiolacasadelmaestro
      Per le persone interessate invece l’esperienza proseguirà anche nel pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30, integrando nel percorso di ritorno verso Passo Lucese alcune tappe nel bosco con meditazioni, visualizzazioni e condivisioni riguardanti l’esperienza del mattino.
      Sarà quindi un’esperienza speciale che non richiede una grande resistenza fisica, mentre ci concederemo di riconnetterci alla presenza dei grandi alberi, alternando passi lenti a pause meditative, condivisioni in gruppo ed esercizi immaginativi in cui esploreremo la connessione con la natura di cui siamo parte.
      L’esperienza si concluderà col pranzo nel piccolissimo rifugio La casa del maestro (su prenotazione da parte di chi lo desidera). #rifugiolacasadelmaestro prenotando al 335 6446311

      Se ci saranno persone interessate al momento della prenotazione, l’esperienza potrà proseguire anche nel pomeriggio dalle 14.30 alle 18.30.

      L’immersione forestale potrà continuare nel pomeriggio dopo la pausa pranzo con meditazioni e condivisioni in abetaia esplorando il tema dell’apertura e della connessione e quindi il tema delle relazioni, prima di tutto la relazione con noi stessi, immersi nella natura lungo il percorso di ritorno, il rientro alle auto previsto per le 17.30 avverrà seguendo lo stesso percorso.
      Nel complesso sarà un’esperienza speciale che non richiede una grande resistenza fisica, alterneremo passi lenti a pause meditative, condivisioni in gruppo ed esercizi immaginativi per favorire la connessione con la natura di cui siamo parte.

      Un sentiero nell’abetaia

      INFORMAZIONI TECNICHE
      L’escursione di livello E secondo la classificazione CAI, non presenta particolari difficoltà tecniche per persone allenate a questo tipo di attività.
      • Punto di ritrovo: Parcheggio nei pressi del ristorante Lucese la sosta non è a pagamento
      • Punto mappa: https://goo.gl/maps/8accwBum1onPoSz8A
      • Difficolta’: E (Escursionistico) – Itinerario su sentieri ben tracciati, mulattiera, sterrata e brevi tratti di asfalto, adatto a persone mediamente allenate in buona forma fisica.
      • Dislivello complessivo in salita: circa 330 m
      • Totale percorrenza: km.6
      • Tempi totali di percorrenza: ore 3 circa di cammino oltre le soste
      • Orario di ritrovo: ore 9:30
      • Termine attività ore 14.30
      • Prenotazione obbligatoria entro giovedì 2 giugno 2022
      L’escursione si svolgerà con un minimo di 5 partecipanti e un massimo di 15

      Quota di partecipazione: 20€ (30€ per la giornata intera) da pagare in anticipo compilando la scheda di adesione. Per iscrizioni multiple la quota a persona è di 18€ e 25€
      La quota comprende: organizzazione e coordinamento, tutte le conduzioni e la Terapia Forestale, servizio Guida ambientale escursionistica ed assicurazione RCT (non comprende l’assicurazione infortuni per gli accompagnati)
      Trattandosi di un intervento per il benessere psicologico in ambiente naturale, il costo potrà essere detratto come spesa sanitaria.
      Ho previsto inoltre riduzioni per coppie o situazioni di comprovato bisogno.
      In caso di disdetta entro il 30 giugno la cifra versata verrà interamente restituita, diversamente verrà offerto un buono per un’altra escursione con validità un anno.

      ABBIGLIAMENTO e ATTREZZATURA:
      Sono obbligatori gli scarponcini da trekking (meglio se alti alla caviglia), un capo anti vento e anti pioggia, abbigliamento comodo e a strati, cappello, snack/frutta, pranzo al sacco per chi non vuole mangiare al rifugio, riserva d’acqua di almeno 1 litro. Al rifugio troveremo bevande calde e fresche, i bagni e acqua per le borracce.
      Un cuscinetto o seggiolino pieghevole per sedersi durante le pause meditative e che possa essere trasportato insieme al resto in uno zainetto da giornata (20/30 lt)
      Bastoncini da trekking facoltativi.
      La guida si riserva di cancellare o variare il programma della giornata a seconda delle condizioni meteo o per garantire il benessere di tutti i partecipanti a suo insindacabile giudizio. In caso di annullamento le cifre versate per l’iscrizione verranno interamente restituite.

      CONDUZIONE DELLA GIORNATA
      Patrizia Garberi PhD, è Psicologa Psicoterapeuta, OPT 7693 insegnante di meditazione e istruttrice senior di protocolli basati sulla Mindfulness, artista arteterapeuta, esperta di Terapia Forestale e Guida Ambientale Escursionistica, AIGAE TO1137 professione svolta ai sensi della legge 4/2013
      https://www.artimagery.it/contatti/#.YkW2ledBw2w

      PRENOTAZIONE https://forms.gle/k6HQkAPWKU6pyt8r9

      Appuntamento ore 9.30 a Passo Lucese (LU)

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        perdita e tristezza

        Perdita e lutto, la tristezza

        Che sia la fine di una relazione o la morte di una persona cara, la perdita della fiducia dovuta ad un tradimento, l’esperienza del rifiuto, la perdita del nostro lavoro, un intervento chirurgico necessario per affrontare un qualche genere di malattia, il dover lasciare andare un certo modo di pensare o una credenza che ha ormai cessato di essere utile, abbandonare sogni, speranze e progetti…l’affrontare la perdita non è mai facile.

        Ce ne accorgiamo bene in questo periodo di perdita collettiva, in cui invece che guardare con soddisfazione ai frutti della stagione che si sta concludendo, siamo costretti ad accettare ( a torto o a ragione non è questo il luogo della discussione) perdita, sacrifici, fallimento…

        Perdita significa non solo lasciare andare la persona o l’oggetto desiderato a cui dobbiamo rinunciare ma, e soprattutto, quell’apetto identitario e quella parte di noi che si era formato in risposta alla sua esistenza, e al quale siamo abituati. Banalmente, per chi va in pensione, cesserà l’identificazione con il proprio lavoro, per chi perde una persona cesserà anche lo stato di moglie, o di figlio, nel quale magari ci siamo identificati da una vita o quasi.

        Questa a mio parere costituisce la parte di lutto più difficile da affrontare perché ci mette a confronto con la nostra identità e la perdita di senso associata inizialmente ad una sua trasformazione.

        Solitamente quello che si fa, e che ci consigliano di fare, è “non pensarci” per sfuggire a tutto questo dolore e senso di vuoto, oppure anche peggio di “pensare in positivo”, senza concederci di attraversare questo momento con la dignità di chi non vuole nascondere a sé stesso la propria tristezza. Come per tutte le emozioni negative spesso ci sforziamo di non sperimentarle, come se fossero stati molto pericolosi da cui sfuggire…

        In realtà, quando ci permettiamo di restare a contatto con la tristezza e con il vuoto della perdita, impariamo a familiarizzare con l’alternarsi delle esperienze, fatto in sè del tutto prevedibile e naturale…e che accadrà ancora. La credenza che la vita debba essere un percorso lineare in ascesa verrà così piano piano sostituita da una sana accettazione della realtà, una realtà in cui possiamo soprattutto imparare a vivere in tutte le stagioni.

        In questo ci può aiutare molto il contatto con la natura, dove il lasciare andare (che costituisce per noi l’aspetto più doloroso della perdita) fa parte del ciclo naturale dell’esistenza in cui ogni cosa viene integrata nel tutto, esistenza vissuta perciò nelle sue interrelazioni in modo circolare e interdipendente e non lineare.

        Ma perchè questa esperienza circolare da negatività ricorsiva possa diventare piuttosto una spirale ascendente sta a noi, dopo la permanenza nel vuoto della perdita, assaporare quella spaziosità che permette crescita, maturità e lo svilupparsi di nuove esperienze. E questo ci aiuterà a costruire nuove parti di noi, e una nuova identità più adatta alla nuova situazione che stiamo sperimentando…per questo occore coltivare flessibilità, ci può essere molto d’aiuto.

        Certo questi discorsi dal sapore un po’ troppo ottimista sono difficili da pensare quando il dolore ci morde nel profondo. E’ allora che ci viene in aiuto la consapevolezza (mindfulness) con cui siamo in grado di distinguere tra noi stessi e il dolore, con accettazione e decentramento e…tanta pazienza!

        Del resto il dolore, quando ci permettiamo di sperimentarlo e di accoglierlo, è un potente motivatore al cambiamento, forse il più forte. Ed è quando cerchiamo di curare il nostro malessere, e facciamo qualcosa per ritrovare benessere e gioia profonda che troviamo nuove strade, impariamo cose nuove su di noi e sul mondo e cresciamo.

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          La certezza del sole

          Ci sono momenti in cui l’oscurità ci fa perdere momentaneamente di vista la luce e il senso di positività e splendore. In questi momenti il pensiero del sole può aiutarci. Possiamo visualizzare che i suoi raggi caldi e luminosi illuminano e riscaldano il nostro corpo e anche i nostri pensieri, ricordando che nonostante le apparenze il sole sta splendendo, proprio in questo istante. Forse non siamo in grado di vederlo in questo preciso momento, ma se le nuvole bloccano la nostra vista, stanno solo oscurando temporaneamente la luce del sole, ed è solo questione di tempo prima che splenda di nuovo su di noi.

          Quando ricordiamo che il sole splende ancora, ci colleghiamo alla consapevolezza che le cose sono sempre in movimento nell’universo, e anche se la vita sembra ferma, a volte tutto ciò che dobbiamo fare è avere fiducia e aspettare il momento in cui tutto scivolerà perfettamente al suo posto. In questo modo con pazienza possiamo continuare a seguire la nostra strada anche se non riusciamo ancora a vedere i risultati. Se non reagiamo impulsivamente alle contrarietà ma seguiamo il flusso naturale dell’alternanza tra notte e giorno, saremo pronti quando si mostrerà un’opportunità e tutti gli altri elementi saranno perfettamente al loro posto.

          Il sole simbolicamente ci ricorda che anche in noi esiste una luce di verità splendente che non si estingue mai. La nostra luce risplende dentro di noi in ogni momento, qualunque cosa accada intorno a noi. Certo, il sole ci dà quotidianamente una prova luminosa della sua esistenza, mentre a volte la nostra fede nella nostra stessa luce interiore è più difficile da mantenere. Tuttavia, se siamo onesti e benevoli con noi stessi, possiamo trovare momenti in cui si è mostrata anche in passato e possiamo quindi essere fiduciosi che si mostrerà nuovamente… Come la stella del sole, anche la nostra luce interna è parte di quell’energia che ci collega ai movimenti dell’universo e ai cicli della vita ed è quindi presente in ogni istante, che ne percepiamo il bagliore o meno in questo momento…

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          Il senso del vuoto

          Nel periodo particolare che stiamo vivendo, ci appare chiaro come siamo costretti a confrontarci con il disagio e con l’assenza…anche se fortunatamente abbiamo qualche risorsa da mettere in gioco contro la pandemia. Le generazioni nate dopo la fine della seconda guerra mondiale si stanno confrontando per la prima volta con la scomodità e la ristrettezza, con la mancanza di libertà e con la necessità di posporre, rivalutare o addirittura cancellare i propri obiettivi. In aggiunta, oltre a cure e vaccini che speriamo siano tutti efficaci, trattandosi di un’infezione altamente contagiosa se vogliamo preservare i più deboli e vulnerabili dobbiamo usare il distanziamento, che ci priva però di un antidoto alla paura molto potente e specifico della nostra specie così sociale, ovvero della rassicurazione data dalla vicinanza, anche fisica e corporea.

          Le pandemie in realtà avrebbero una valenza evolutivamente molto vantaggiosa, attaccando nelle specie contagiate gli individui più deboli, senza danneggiare gli individui portatori delle varianti individuali più adatte alla sopravvivenza, che verranno trasmesse alle generazioni future. Ma da molti anni, secoli e millenni, la nostra specie è in grado di adattarsi all’ambiente, anzi a tutti gli ambienti, senza necessariamente sacrificare i più deboli, anziani, malati cronici e disabili e piuttosto utilizzando le proprie peculiari capacità di comunicazione, pianificazione e inibizione per sopravvivere in ogni circostanza, condizione e habitat. E questo ci riporta alle cosiddette regole da seguire in questi mesi, vissute come imposizioni e ristrettezze da molti di noi, mentre in realtà rappresentano i tentativi di strategie di sopravvivenza per (tutta) la specie, messe a punto con evidenti difficoltà e attraverso prove ed errori.

          Restrizioni che ci riportano al tema iniziale del disagio e dell’assenza. Sono almeno 100 anni che, nel nostro comodo mondo “occidentale” la maggior parte di noi ha a disposizione case riscaldate, acqua fredda e calda e la possibilità di fare 3 pasti regolari tutti i giorni, sfruttando l’ingegno delle generazioni precedenti che ci hanno portato a questo punto…quasi nessuno di noi pensa ai secoli di ricerca e applicazione che sono serviti per poter accendere la luce in un millisecondo, schiacciando un interruttore o addirittura utilizzando un comando vocale. Semplicemente tra la nostra volontà e la sua realizzazione passa un attimo, e questo ci ha abituati, come specie prima ancora che come individui, alla rapida e completa soddisfazione del desiderio.

          Naturalmente nella savana, dove abbiamo completato la nostra evoluzione circa 30.000 anni fa, per sopravvivere ci occorreva una forte spinta dopaminergica, un possente desidero che ci sostenesse durante i lenti e pericolosi passaggi necessari per procurarci cibo, riparo e partner riproduttivi…e in molti casi in assenza di un circuito di feedback per la sazietà, dato che la sopravvivenza nostra e della prole era un fatto così raro e incerto, che rendeva più adattivo l’eccesso di desiderio che la sua mancanza. Meglio quindi cibarsi di grassi e zuccheri il più possibile o ingravidare il maggior numero di donne possibili, quando erano disponibili…non potevamo certo correre il rischio di un calo del desiderio proprio nel momento favorevole!

          Ma che fare invece ai giorni nostri, quando la disponibilità di queste risorse è pressoché inesauribile? Molti di noi quando si lasciano trasportare dall’impulso sono chiaramente proiettati verso l’accumulo della quantità, di beni, cibo e partner sessuali, creando dei flussi di dipendenza in cui mantenere attivo il circuito dopaminergico (senza contare poi alcune sostanze che generano di per sé dipendenza e talvolta in tempi piuttosto brevi, e che si inseriscono pericolosamente in questo gioco)

          Con una certa facilità e spinti dal nostro inesauribile desiderio, possiamo quindi riempirci casa e armadi di oggetti inutili, mentre gli scaffali del supermercato traboccano di grassi, zuccheri e cibi salati per i quali nel nostro organismo non esistono meccanismi di sazietà e che possiamo acquistare a tutte le ore facilmente…Persino i partner sessuali sono accessibilissimi attraverso mille app dedicate, dove non serve sforzo o neanche grande tattica di seduzione per trovare l’eccitazione di un appuntamento nel giro di pochi click, coltivando la certezza di essere irresistibili e speciali perché possiamo scegliere sul nostro cellulare, tra i tanti profili, con chi passare il capodanno o fare serata…una certezza effimera, che perciò va rinnovata creando così la dipendenza.

          In pratica, per mantenere vivo l’interesse (il desiderio è piacevole!) abbiamo appreso a sostituire la quantità alla qualità, e con questa manteniamo l’illusione del valore personale, cerchiamo di colmare dei vuoti sempre più profondi accumulando soldi e beni, successo e notorietà, ci riempiamo di cibi ed esperienze inutili e siamo capaci di passare anche un’intera vita senza avere mai avuto un rapporto davvero intimo e profondo con chicchessia ma soltanto una collezione di tante amicizie superficiali, arrivando talvolta a generare un disturbo come l’alcolismo, il sesso o lo shopping compulsivo, i disturbi alimentari, il disturbo d’accumulo o il gioco d’azzardo.

          In tutte le filosofie e religioni si è sempre richiamato l’individuo ad alcune indicazioni restrittive, nei comportamenti e nella dieta, per provare così a mantenere lo stato di salute fisica e mentale e, al di là dei giudizi morali ormai obsoleti implicati da queste regole, possiamo riconoscerne il valore dell’astensione e dell’assenza, con cui ci stiamo confrontando oggi forzatamente per altri motivi.

          In questi vari periodi di lock down, in molti abbiamo scoperto o ritrovato il valore della lentezza, dell’inventare o riscoprire giochi semplici chiusi in casa con i nostri figli, nelle ricette tradizionali, nei sapori poveri ed essenziali e autentici di cibi ritrovati, perché più vicini a noi e quindi più accessibili. Imparando che a volte, per gestire il nostro desiderio, e al di là delle esperienze di vita che possono avere provocato in noi vari comportamenti di continua ed esagerata ricerca, sembra essere necessario imparare a stare col vuoto, con l’assenza, con la mancanza, senza volerla riempire a tutti i costi e con qualunque cosa…provare a spostare l’interesse dall’incessante costruzione di un valore personale sempre più alto, basato sul cumulo di conquiste di vario genere che ci definisce, allo stare nel presente ordinario ma gustato con curiosità e con tutti nostri sensi, concederci esperienze che possono essere anche ricche e profonde, uniche nella loro semplicità, se sappiamo aspettare…meglio soli che male accompagnati, dicevano le nostre nonne! E questo atteggiamento mentale può essere trasposto a tutte le esperienze, non solo in campo sentimentale, e per nostra fortuna può essere appreso.



          Mi è capitato di fare ritiri di meditazione anche molto lunghi, dove ho scoperto che nella concentrazione ci si confronta con la propria debolezza, nel silenzio si riscopre la gioia della comunicazione, nel digiuno il piacere e l’energia del cibo. Esistono altri modi per imparare ad essere e a restare a contatto con sé stessi e questi passano quasi sempre nel sapere stare in silenzio, a contatto con il vuoto e con l’attesa, uno di questi è la lenta raccolta e preparazione del cibo…in cui sarà il sapore che risveglierà il gusto mentre la pienezza verrà trovata nella completezza dell’esperienza e non più nel gonfiore dello stomaco e del corpo…

          Così come una campana proprio perché vuota e non piena può produrre un suono, anche un piatto lasciato vuoto potrebbe fare la differenza, se ne approfittiamo per stare con quel vuoto senza riempirlo a tutti costi. E quando riusciamo a stare per un po’ presenti al silenzio, al vuoto e alla mancanza si generano inaspettate le nuove prospettive, le nuove esperienze, i nuovi sapori, le nuove relazioni…

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